PRIMI PASSI NEL “CAFETAL”

 Arrivo a San Cristobal dopo una prima tappa in Chiapas presso le antiche rovine Maya di Palenque. Una volta in città, il mio campo base per i prossimi due mesi, seguo le indicazioni di Walter, uno dei responsabili dell’associazione Tatawelo che da queste parti è passato svariate volte e che prima della partenza mi ha dato buoni consigli. La prima porta a cui bussare è quella del DESMI, un’organizzazione locale con la quale Tatawelo collabora per alcuni progetti di agroecologia nei “cafetales”, compresa la lotta alla “roya”, un fungo infestante che ha massacrato le piante negli ultimi anni.

DESMI, acronimo di “Desarrollo Economico y Eocial Mexicanos Indigenas” ovvero sviluppo economico e sociale per gli indigeni del Messico, nacque nel lontano 1969 come organismo laico e indipendente per mano dell’allora vescovo di San Cristobal Don Samuel Ruiz, strenuo difensore della cultura e dei diritti delle popolazioni indigene che ebbe anche un ruolo di prim’ordine come mediatore durante il conflitto fra EZLN e stato.
L’obiettivo di DESMI è sempre stato quello di migliorare le condizioni di vita delle comunità locali, premendo soprattutto per un modello di sviluppo economico solidale basato sull’agricoltura sostenibile.

All’ufficio di DESMI trovo Estela, la responsabile, che mi presenta tutta la squadra fra cui c’è Filippo, un volontario italiano. Qui mi spiegano come procedere e per prima cosa contattiamo la cooperativa zapatista Yachil, dalla quale Tatawelo compra il caffè, chiamando all’ufficio che hanno in città. Chi risponde è già al corrente del mio arrivo però, prima di incontrarci, mi dicono che devo chiedere il nulla osta alla Giunta di Buon Governo del “Caracol” di Oventik. (Un “Caracol” è uno spazio per le assemblee e le attività politiche e culturali e dove ha sede la Giunta di Buon Governo. Esistono cinque “Caracoles” ed altrettante giunte, uno per ogni Zona in cui è diviso il territorio di influenza dell’EZLN. Siccome la Yachil opera nella zona de Los Altos, il riferimento per tutte le attività in questa area è il Caracol di Oventik).

Il giorno dopo, quindi, mi reco con Filippo a Oventik. Ci presentiamo e spieghiamo le ragioni della nostra visita. Dopo un’oretta d’attesa fuori dal cancello d’entrata, otteniamo il permesso di entrare nel “Caracol” e veniamo ricevuti dalla Giunta, o almeno una parte d’essa. Ci accolgono tre donne con passamontagna e “paliacate”, una bandana che copre meta del volto, entrambi simboli d’appartenenza al movimento. Rispeghiamo il motivo della nostra presenza e chiediamo quindi il permesso di visitare i “cafetales” dei produttori di caffè della Yachil. Siccome la mia volontà non è quella di visitare una sola volta i “cafetales” ma, visto che il tempo a mia disposizione è molto, vorrei realizzare più visite con l’obiettivo di conoscere e documentare fotograficamente il lavoro, la faccenda si complica. Le componenti della Giunta, con calma e gentilezza, ci dicono che discuteranno il tema privatamente e ci faranno sapere la decisione nei prossimamente.

Nei giorni successivi, mentre aspetto ordini dalla Giunta, mi godo il soggiorno nella piacevolissima San Cristobal. Fra un pranzo al mercato e un succo di frutta naturale per strada, faccio anche delle escursioni nella regione. Sentieri di montagna, villaggi semi isolati, cascate… tutto molto piacevole insomma. Cerco anche di approfondire le mie conoscenze riguardanti il movimento zapatista leggendo molti comunicati dell’EZLN, alcuni recenti e altri più datati. Visito il centro di diritti umani FRAYBA e il CIDECI (Centro indígena de Capacitación Integral), uno spazio culturale con filosofia zapatista che sostanzialmente è una scuola gratuita per i giovani indigeni che vogliono apprendere una o più attività. Ci sono infatti un sacco di laboratori che si possono frequentare, da quello di falegnameria a quello di musica, da quello di cucito a quello di meccanica ecc.. Partecipo anche ad un incontro dove si dibattono tematiche attuali riguardanti il movimento, la situazione del Chiapas, del Messico e del mondo intero.

Dopo qualche giorno arriva finalmente la chiamata dalla Yachil. Da Oventik è arrivato il tanto atteso nulla osta e quindi si può partire per i “cafetales”. Mi danno appuntamento all’ufficio della cooperativa dove mi aspetta F. che sarà il mio mentore per i prossimi giorni. Partiamo con un mezzo pubblico alla volta del municipio autonomo di San Pedro Polhó appartenente al municipio di Chenalhó, dove ha sede il magazzino della cooperativa. Arrivati a destinazione ci aspettano altri “compas”, in questo modo si chiamano gli zapatisti fra di loro. Conosco così P., A., J. e altri soci. Sono tutti indaffarati nei preparativi per il giorno dopo. Ci sarà infatti la riunione annuale alla quale sono invitati tutti i soci e durante la quale verranno comunicati i bilanci dell’anno appena passato e i programmi per il futuro prossimo. Con F. ci sistemiamo nel magazzino chein questo periodo, inizia a riempirsi di sacchi di caffè visto che siamo nel bel mezzo della stagione del raccolto. Trascorreremo lì la notte visto che F. vive in un villaggio distante un paio d’ore in auto e non sarebbe sensato intraprendere quel viaggio per poi ritornare il mattino seguente. Dopo una zuppa di verdure mi infilo nel sacco a pelo e, prima di cadere fra le braccia di Morfeo, mi rendo conto che sto effettivamente entrando nella realtà zapatista. Mi addormento ben felice.

Il giorno seguente ci si sveglia presto e ci rechiamo all’ingresso del municipio autonomo di Polhó dove due donne di guardia con il passamontagna ci aprono il cancello. Entro quasi automaticamente perchè sono accompagnato dai “compas” della Yachil e ho il permesso di Oventik, altrimenti non sarebbe possibile. Assisto passivamente, durante tutta la mattinata, alla riunione annuale della Yachil. Ore e ore ad ascoltare centinaia di numeri e discorsi in lingua tzeltal e/o tzotzil, le lingue indigene più comuni da queste parti. Gironzolo fra le case del municipio ma non mi viene dato il consenso per scattare foto… mentre i “compas” più curiosi si avvicinano e mi fanno un sacco di domande alle quali io contraccambio con le mie riguardanti le loro piante di caffè e il loro raccolto di quest’anno. Passa così l’intera giornata all’interno del municipio autonomo dove la vita sembra trascorrere come in qualsiasi altro villaggio non zapatista anche se, in realtà, tutto o quasi è definito da regole ben precise alle quali uno o si adegua o è libero d’andarsene. Niente droga, niente alcol, niente armi, niente traffici di qualsiasi genere… queste sono le più rigide che appaiono anche sui cartelli all’ingresso di ogni zona zapatista. Immancabili, sulle pareti degli edifici, ci sono anche i murales che sono in ogni luogo zapatista e che ritraggono i personaggi più rivoluzionari del continente, da Emiliano Zapata al Che. Ci sono inoltre le effigi che mescolano il sacro con il profano, come la Virgen de Guadalupe con il “paliacate”, e ovviamente richiami alla storia e al futuro di questo mondo ribelle. Ritrovo F. impegnato tutto il giorno con il suo lavoro e finalmente ceniamo tutti insieme. Salutiamo i “compas” e torniamo in magazzino per la seconda notte. Strempio per visitare almeno un cafetal e finalmente F. mi comunica che il giorno seguente andremo a casa sua, in un villaggio nel municipio di San Juan Cancuc. Avrò così l’occasione di vedere come si lavora nei “cafeteles” e di toccare con le mie mani quei grani che, fra qualche mese, molto probabilmente finiranno sulle nostre tavole in Italia grazie al lavoro di Tatawelo.

Mi sveglio sovraeccitato e senza fare colazione partiamo. Un’altro paio d’orette cambiando due mezzi durante le quali F. mi racconta la storia della cooperativa il cui nome completo è Yachil Xolabal Chulchan che in lingua tzeltal significa Nuova Luce del Cielo. La cooperativa, fondata nel 2001, oggi lavora con più di seicento piccoli coltivatori sparpagliati in otto diversi municipi: Pantelhó, San Juan Cancuc, Chenalhó, Tenejapa, Chalchihuitan, Aldama, Simojovel e El Bosque. Tutti rigorosamente produttori di caffè organico, senza quindi utilizzare diserbanti e pesticidi vari.

Arrivati a destinazione scendiamo dal taxi collettivo e intraprendiamo un sentiero che dopo 10 minuti ci porta a casa di F., 4 strutture più o meno stabili ognuna con un ruolo ben definito. Eccomi catapultato nel mondo degli indigeni di queste montagne. Ci accoglie la moglie M. che mi da il benvenuto in tzeltal accompagnato da un sorriso sincero, incorniciato da molte rughe dovute a una vita di duro lavoro e lunghissimi capelli neri raccolti in una treccia infinita. Ci aspettava e, in men che non si dica, eccoci servita la colazione per la quale davvero è valsa la pena aspettare. Arrivano prima tre uova stese su una foglia di banano e cotte direttamente sulla brace, fagioli e ovviamente le immancabili “tortillas” fatte in casa che accompagnano ogni pasto. Tutto proveniente dal terreno e dagli animali di proprietà della famiglia, con quel sapore autentico che fa sempre piacere ritrovarsi in bocca. Non manca il caffè che non è esattamente come piace a noi italiani, visto che viene preparato in pentola e quindi risulta molto annacquato, ma va comunque benissimo. Ripulisco il piatto e la foglia di banano come se non mangiassi da mesi e successivamente seguo l’invito di F. di seguirlo nel suo “cafetal”. In realtà le sue piante di caffè sono uvunque e, alcune, le avevamo già incrociate lungo il sentiero. Compare anche colui che risulta essere il suo figlio più giovane, G., una decina di anni e una risata contagiosa. F. mi consegna un machete e un cappello e iniziamo il percorso lungo il sentiero che costeggia la sua proprietà. Durante il cammino mi viene spiegato a grandi linee il lavoro. Noto subito le piante che sono state colpite dalla “Roya” qualche anno fa e che, piano piano, si stanno recuperando. Hanno ancora poche foglie ma hanno già ricominciato a fruttificare. Il raccolto di F., come quello di molti altri coltivatori, è diminuito molto durante il periodo in cui la “Roya” ha attaccato le piante del caffè ma ora, grazie anche al fatto di aver piantato nuove piante, si sta tornando a un buon livello di produzione.

Ricordo che la pianta del caffè ha bisogno di almeno tre anni prima di iniziare a dare i primi frutti chiamati drupe e simili a delle ciliege. La buccia è lucida e spessa mentre la polpa è tenera e zuccherina. Ogni drupa contiene due semi, solcati e semiovali, posti uno di fronte all’altro e ricoperti da una membrana. Il pergamino infine, una pellicola biancastra coriacea, protegge ogni singolo seme. Questi semi, i futuri chicchi di caffè che conosciamo, sono l’unica parte della drupa ad essere utilizzata. Ogni tanto nella dropa si trova solo un seme, che risulta più grande e tondo, che qui viene chiamato “caracolillo”.

Sulle piante noto i frutti con diversi livelli di maturazione. al fiore al frutto completamente maturo, passano mediamente 7/8 mesi, per questo alcune drupe sono ancora verdi, altre hanno già assunto quel colore rosso vivo che è sinonimo di maturazione, altre sono già state spolpate e i semi sono stesi al sole mentre altre stanno diventando compost e i loro semi sono già nei sacchi nel magazzino della Yachil. Il raccolto viene quindi effettuato manualmente per un periodo di varie settimane, raccogliendo man mano solo i frtutti maturi.

Iniziamo a lavorare. Machete alla mano, eliminiamo le erbacce infestanti e tagliamo quelle che danno fastidio e tolgono aria e energia alle piante di caffè. F. sorride nel vedermi lavorare al suo fianco mentre ogni tanto G. sbuca da dietro un banano e da altre piante che servono per ombreggiare il “cafetal”. Andiamo avanti per un paio di ore poi F. decide che per quel giorno il lavoro è terminato. Torniamo verso casa e una volta arrivati mi presenta il resto della famiglia. Le due giovani figlie che lavorano spesso a fianco della madre e il primogenito M. che è un promotore d’educazione zapratista, in pratica un maestro. Ci rilassiamo tutti per un po’, una sorta di “siesta” che mi fa godere ancora di più della quiete che si incontra solo in posti come questo, lontano dalla città e dalla confusione, immersi nella natura. Nessun rumore, solo quello del vento che corre fra gli alberi, qualche cane che abbaia in lontananza e qualche gallina che si contende un grano di mais.

Risorgo da questo stato di semi trance e mi bevo una tazza di caffè. Il cielo non promette nulla di buono e allora F. mi porta sul tetto con le sue due figlie per ritirare i grani di caffè che stanno asciugando. Verso sera incomincia a piovere e la temperatura si abbassa notevolmente. Siamo a circa 1500 sopra il livello del mare. Ci ritiriamo nella stanza che funge da cucina intorno al focolare. M., la moglie di F., seguendo rituali collaudati da anni e anni di esperienza, ci prepara una zuppa deliziosa che mi scalda contemporaneamente il corpo e l’anima. Seguo i racconti di F. riguardanti la sua vita prima e dopo l’adesione alla lotta zapatista. Continua il figlio M, poco più giovane di me, che mi racconta le grosse differenze esistenti fra il sistema scolastico gestito del governo e quello autonomo, documentando il tutto con libri e fascicoli che mi consiglia di leggere con calma.
Più tardi mi ritiro nel mio sacco a pelo con una lettura di quelle consigliate da M. e cerco di non crollare. Non riesco a mantenere alta la concentrazione e mi perdo nei miei pensieri che mi fanno realizzare quanto sarebbe interessante rimanere in quel luogo per tutto il tempo. Ahimè F. deve tornare al lavoro in ufficio della Yachil a San Cristobal, ruolo per il quale è stato eletto dai soci e che ricopre da più di un anno ormai e che lo terrà occupato fino alla scadenza del secondo anno.

Il giorno successivo salutiamo la famiglia e, dopo vari tentativi e molti passi, troviamo un passaggio miracoloso fino al magazzino della Yachil a Polhó. Qui trascorreremo il resto della giornata uggiosa e la fredda notte prima di rientrare in città. Ci manca la cucica di M. e ci arrangiamo come possiamo accendendo un fuocherello e improvvisandoci cuochi.

Una volta tornati a San Cristobal mi comunicano che dovrò tornare a Oventik per prolungare il permesso visto che quello che mi è stato concesso era solo per qualche giorno. Leggermente confuso faccio finta di capire. Pensavo di aver già chiarito il fatto cha avessi bisogno di un permesso più lungo. Niente. Mi adeguo e capisco che probabilmente la differenza linguistica e culturale e l’elevato livello di sicurezza che gli zapatisti danno alle loro realtà,fanno la loro bella parte per rendere il mio desiderio non esattamente semplice da realizzare.

Prossimamente vi aggiornerò sugli avvenimenti perché, ora come ora, non ne sono al corrente nemmeno io…

Un saluto dalle montagne del sudest messicano.
Giacomo

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