CAFFÈ, MA NON SOLO…

Buongiorno. Qui è mattino, da voi è pomeriggio inoltrato. Vi lascio il racconto, sotto forma di diario di viaggio, della mia ultima esperienza a contatto con i produttori di caffè della cooperativa Yachil… 

Dopo più di una settimana di attesa, torno a Oventik con i responsabili della cooperativa per ottenere un altro lasciapassare per visitare i “cafetales” per più giorni. Arrivati a destinazione spiego le mie motivazioni alla guardia di turno all’ingresso del “Caracol” e dopo un paio di ore di speranza un componente della “Junta de Buen Gobierno” mi riceve in privato e mi rilascia, verbalmente, il permesso tanto atteso per una decina di giorni. Splendido, tutto in regola per ripartire. I soci della Yachil mi danno appuntamento per il venerdì sera e durante i due giorni che mi separano dalla dipartita mi intrattengo a San Cristobal.

Ven. 10/2. Arriva l’ora di salutare i padroni dell’ostello che ormai  è diventato casa mia in città e mi dirigo all’ufficio della cooperativa verso sera. La partenza vera e propria è fissata per il mattino seguente e allora decido di cucinare per tutti una pasta aglio, olio e peperoncino con l’aggiunta di pomodoro. Ceniamo in compagnia e i “compas”, da buoni messicani, aggiungono una buona dose di peperoncino e accompagnano la pasta con le immancabili “tortillas” di mais. La sorpresa della serata è che sbuca una moka di caffè, un lascito di Walter di Tatawelo. Finalmente posso riassaporare quel gusto che tanto garba a noi italiani. Grazie Bialetti. A letto presto perchè la sveglia sarà alle 5 ma prima di dormire inizio la lettura che mi accompagnerà nei prosimi giorni: Il pensiero critico di fronte all’Idra Capitalista, un insieme di comunicati di vari componenti dell’EZLN.

Sab. 11/2. Mi sveglia F., il “compa” che mi ha ospitato a casa sua qualche settimana fa. Ci dirigiamo verso la zona del mercato dove partono i taxi collettivi verso la nostra destinazione, il magazzino della Yachil nel municipio autonomo di Polhó. Poco prima della meta ci fermiamo a fare colazione con un ottimo bicchiere di latte caldo con riso e cannella. Arriviamo al magazzino e trovo faccie già conosciute impegnate in un lavoro comune di pulizia della zona circostante. Ci uniamo a loro e con badile, picozze, cariole e “machetes” in quattro e quattr’otto ripuliamo tutto. Inizia un’altra riunione alla quale assisto per puro piacere visto che, come la scorsa volta, tutto è rigorosamente spiegato in tzeltal e/o tzotzil. Si discute di varie tematiche mi dicono. Il primo carico di caffè in viaggio verso il porto di Veracruz per poi salpare verso il Vecchio Continente, votazioni riguardanti richieste della “Junta” di Oventik e chi più ne ha più ne metta… Ad un certo punto F. mi ripresenta ai soci presenti e chiede chi è disponibile a ospitarmi in casa per i prossimi giorni e soprattutto mi possa mostrare tutta la filiera del lavoro del caffè, dalla raccolta e lavorazione alla consegna in magazzino. Come già detto la cooperativa ha soci in 8 municipi della zona de “Los Altos” molti dei quali hanno già terminato la raccolta visto che sono ubicati in una zona geografica con un clima più caldo e dove quindi i frutti sono maturati prima. Alcuni presenti sottolineano questo dettaglio e quindi l’inutilità di portarmi a casa loro considerando il mio obiettivo. Ad un certo punto si alza un signore sulla sessantina con un gran bel baffo e il cappello da cowboy e mi offre la sua disponibilità dato che ha previsto la sua raccolta per i prossimi giorni.

Bene, scatto qualche foto ai “compas” impegnati nella movimentazione dei sacchi pieni di caffè e ci incamminiamo verso casa del mio nuovo mentore zapatista. Il suo nome è J. e vive nel municipio di Polhó quindi non andiamo lontano. Una volta a casa sua inizia a presentarmi i membri della famiglia. J. ha undici figli in totale e innumerevoli nipoti che compariranno da tutti gli accessi alla casa nei giorni seguenti. La moglie non è in casa. Essendo “partera” ovvero levatrice, sta attualmente assistendo una figlia che da pochi giorni ha partorito a casa sua. Ceniamo, in compagnia di uno dei figli e della sua famiglia, con fagioli e “tortillas”, un super classico. Abusiamo di caffè e iniziamo il rituale delle domande reciproche riguardanti la realtà che ognuno di noi vive. La mia ovviamente non la spiego perchè chi legge probabilmente già la conosce. Quella di J. è senza dubbio più  esotica e quindi interessante. Figlio di indigeni, contadino da sempre, ha vissuto lo sfruttamento della sua gente sulla propria pelle e quindi non ha esitato ad unirsi al movimento zapatista anche prima del 1994 quando era ancora tutto clandestino. Impegnato su più fronti nella sua comunità nel corso degli anni, ora si dedica al lavoro nei campi e si prende cura di tutti i figli e nipoti permettendogli di studiare quello che preferiscono. Ricordo che dopo la secondaria, il sistema educativo zapatista, fra le altre cose, permette di intraprendere la formazione per diventare promotore di salute o educazione, esperto in erbe medicinali, diventare “insurgente” e  quindi membro ufficiale dell EZLN ecc… 

J. promette di mostrarmi la sua proprietà il giorno seguente. Mi infilo quindi nel mio giaciglio, sacco a pelo su assi di legno, e mi addormento sereto. Mi piace J. e il luogo in cui vive.        

Dom. 12/2. Mi sveglia un coro di galli che, già verso le 3 del mattino, iniziano il loro concerto. Mi alzo solo verso le 7 visto che è domenica. Trovo J. in cucina con la moglie M. appena rientrata. Colazione a base di “tortillas” e fagioli, doccia fredda e via a vedere le coltivazioni di varie verdure  passando fra piante di limone, aranci, bananeti e altri alberi. Nell’orto ci sono cipolle, zucche e una vasta serra per i pomodori. J. inoltre mi spiega i nomi di erbe commestibili che ovviamente io non conosco. Una visita guidata nel mondo vegetale che lo circonda. Mi mostra anche anche la zona dove realizza il suo compost dove utilizza anche le buccie del frutto del caffè. 

Torniamo verso casa e per alcune ore ci occupiamo di ripulire e spezzettare la citronella che si utilizza per le infusioni. Trascorre un po’ pigramente la domenica, giorno di riposo per eccellenza. Niente caffè per oggi visto che il “cafetal” dove lavora J. non è dietro l’angolo. La sera, e qui si nota l’arrivo della donna di casa, ceniamo con una zuppa di verdure squisita a base di una radice di una pianta da me sconosciuta. Appuntamento per il giorno dopo, con partenza per la raccolta del caffè fissata alle 7. Si inizia a fare sul serio. 

Lun. 13/2. Mi svegliano i soliti galli e quando arrivo in cucina trovo tutti già svegli. Doppia razione di caffè con “pan dulce”, la loro versione della nostra brioche, e via verso il “cafetal”. Per arrivarci ci servono tre quarti d’ora. Il primo quarto in salita, il resto in discesa. Questo mi fa pensare che al ritorno sarà dura con il carico di caffè a farci compagnia. Una volta arrivati iniziamo la raccolta, la terza di questa stagione per J. visto che i frutti maturano a più ripetizioni. Ci raggiunge il figlio L. con una mula che ci aiuterà con il trasporto dei sacchi di caffè. Iniziamo il lavoro chicchierando un po’ poi ognuno prende una direzione diversa nel “cafetal”. Io, con il cesto da riempire ben legato in vita, scopro per la prima volta in vita mia il profumo del fiore della pianta del caffè, simile a un tipo di gelsomino anche per forma e colore. Metto un po’ di musica dal mio cellurare. Attaccano i Deep Purple ma sono fuori luogo, scorro allora la playlist e mi fermo sui Buena Vista Social Club, Chan Chan. Perso nei miei pensieri, ogni volta che il mio cesto si riempie, vado a svuotarlo nel sacco di raccolta principale. Dopo il secondo cesto J. e L. mi aspettano al punto di raccolta per lo spuntino con tortillas e fagioli ai quali io aggiungo “pan dulce”. Mi offrono anche il “pozol”, una bevanda preparata con mais cotto e poi sciolto nell’acqua. Di alto valore nutritivo è consumato durante le pause del lavoro agricolo. Visto che l’acqua in cui è sciolto potrebbe essere letale per il mio stomaco europeo, sono costretto a rifiutare l’offerta spiegando le mie motivazione a J. e L. che ovviamente si mettono a ridere. Riprendiamo il lavoro cesto dopo cesto fino le 3 del pomeriggio. Recuperiamo la mula che viene caricata son due sacchi da 70 kg l’uno. La guida J. mentre il figlio L. si carica sulla gobba un’altro sacco da 70 kg e a me tocca un sacco stimato fra i 30 e i 40 kg. Ce la farò? Per forza, non c’è molta scelta. Usiamo il “mecapal”, un fascia con due corde agli estremi che serve per trasportare i pesi sulla schiena. La fascia è sistemata sulla fronte e le corde servono per legare il carico. Ci incamminiamo ma dopo poco mi fermo, troppo fastidioso il “mecapal” per me. Mi ricordo allora delle esperienze africane e allora decido di sistemare il sacco direttamente sulla testa. La fatica  è la stessa ma almeno sono più comodo. La risalita è dura ed è grande la volontà di rispondere “si” ai vari “te ayudo?” (ti aiuto?) di J. ma non voglio mollare. Mi fermo varie volte e L. con me senza mai sganciare il suo pesante carico. Mi guarda e aspetta. Il suo atteggiamento mi carica e riparto ogni volta, anche perchè non ho molte alternative. Stringo i denti e quando inizia la discesa e si intravede il villaggio è come rinascere. Riesco addirittura a fischiettare sapendo che a breve saremo a casa e sicuramente M. ci ha preparato qualcosa da mettere sotto i denti. Ci aspetta infatti una zuppa di verdure e mentre mangiamo J. mi spiega che di ogni sacco trasportato, dopo tutte le fasi di lavoro, rimarranno solo qualche kg netto da consegnare alla cooperativa per l’esportazione. Fra pulizia, selezione, ed essiccamento si “perde” più della metà del peso… rimango senza parole. Inizio veramente a capire cosa c’è dietro a quella tazzina di caffè che spesso accompagna il nostro risveglio nella nostra dolce e viziata Italia.

Mart. 14/2. Sveglia prestino, si torna nel “cafetal” per completare la raccolta. Stesso sentiero, stessa destinazione sempre con J., L. e la mula. Terminiamo verso mezzogiorno e rincasiamo. Oggi solo due sacchi che trasporta la benedetta mula.  

Prima di pranzare spolpiamo i frutti di caffè. Per più di un’ora io e L. ci alterniamo alla manovella della spolpatrice che separa i grani dalla buccia. I nipoti di J. ci portano i vari cestini pieni di frutti, avanti e indietro come tante formiche, mentre  J. convoglia i grani in una vasca di raccolta. Sotto il sole non è uno scherzo e termino il lavoro abbastanza cotto. Mi rinvigorisce il pranzo a base di fagioli ovviamente, frittatona di uova delle galline di casa, foglie di “chayote” bollite, tortillas e novità succo di melone fatto in casa. Questa volta non penso alla provenienza dell’acqua e me lo scolo tutto, troppo buono per rinunciare. Sfido la sorte.

I grani di caffè, a questo punto, devono riposare un giorno circa quindi il resto del pomeriggio lo trascorro con J. nella serra dei pomodori dove ci sono più di 500 piante che stanno crescendo e necessitano quindi di sostegno. Armati di spago e pali, iniziamo a costruire la struttura che sosterrà ogni singola pianta. 

Torniamo verso casa ma le figlie di J. mi dicono di aspettare un po’ prima di entrare perchè M. sta visitando una ragazza indigena gravida. Un’ecografia casereccia. Ne approfittiamo per andare a comprare alcuni materiali che ci serviranno il giorno successivo nella serra e già che ci sono mi faccio ritoccare la barba dal barbiere del municipio. Rincasiamo e terminiamo la giornata condividendo del caffè intorno al fuoco con buona parte della famiglia. Quattro risate e poi ci si congeda. Hasta mañana.

Merc. 15/2. Dopo quasi un giorno di riposo i grani di caffè sono pronti per essere lavati, lo conferma l’esperienza di J. Se lasciati troppo a riposo si rischia la fermentazione e addio qualità. Inizia quindi l’attività di pulizia e filtraggio che occupa varie persone. Chi versa l’acqua nella vasca di raccolta dei grani, chi lava per eliminare gli ultimi residui di polpa, chi li porta al setaccio, un filtro azionato da olio di quattro gomiti. Qui si selezionano i grani “europei”, i migliori, quelli che arriveranno presto da noi. Nel setaccio restano quelli di seconda e terza qualità, in base alla dimensione, al peso e alle condizioni del chicco. Tutto avviene nel patio di casa. Insacchiamo quindi i grani “europei” e trasportiamo tutto nella vicina casa di uno dei figli di J. dove c’è un patio più ampio dove poter stendere comodamente i grani al sole.

Serviranno 3/4/5 giorni per il completo essiccamento, dipende dal meteo. Ogni sera verranno raccolti per evitare l’umidità della notte e ridistesi ogni mattino, quando il sole è già alto.

Cucino una bella pastasciutta per tutti e poi ognuno torna al proprio lavoro. Io torno in serra con J. e continuiamo il lavoro iniziato il giorno precedente. J. ama la sua terra e i suoi frutti, mi parla spesso del suo legame con questi luoghi e del suo lavoro instancabile. Stimo molto J. perchè orgogliosamente fa quello che gli è stato insegnato e trasmette i suoi valori e le sue conoscenze ai figli e ai nipoti con piccole lezioni quotidiane. Mi fa molte domande e mi risulta complicato spiegargli la catena alimentare in Italia, spesso caratterizzata da acquisto e consumo incosciente e quindi spreco. Credo capisca però e gli dico che provo invidia per il suo orto e per la qualità del cibo che porta sulla tavola di casa sua. Trascorre tutto il pomeriggio anche se il lavoro in serra non è terminato. Verso sera solita combricola intorno al fuoco dove arrivano arance, avocados con polvere di peperoncino, frutti della passione… tutte delizie per il palato. Concludiamo con la pasta avanzata dal pomeriggio e dopo aver condiviso il mio tabacco ci salutiamo. A quanto pare domani si torna nel “cafetal”, in un altro appezzamento. Spero tanto che la mula sia dei nostri… notte.

Gio. 16/2. Seguiamo lo stesso sentiero dei giorni precedenti. Quando finisce la salita invece di seguire il solito cammino, svoltiamo a sinistra e dopo aver fiancheggiato alcune abitazioni iniziamo la discesa passsando fra altri “cafetales” e campi di mais. La discesa è bella ripida quindi immagino la risalita. La mula fortunatamente è presente e viene guidata da O. uno dei figli di J., il primogenito per esattezza. Arriviamo sul luogo e mi rendo conto che c’è molto lavoro. Le piante di caffè sono cariche di frutti e varie sono abbastanza alte quindi arrivare ai rami superiori, calcolando anche la pendenza del terreno, non è affatto semplice. Ci sono altre persone nel “cafetal” e J. mi spiega che questo terreno è collettivo, ovvero della comunità, visto che è un terreno recuperato dai “compas” negli anni successivi al “levantamiento”. Iniziamo la raccolta prima delle 8, sosta per il solito spuntino, e terminiamo alle 15. Due sacchi da 70 kg l’uno. Carichiamo la mula che detta il passo lungo la via del ritorno.

Arriviamo a casa e troviamo le donne di casa impegnate nella loro attività ludica principale, cucire spendide maglie con fili di lana dai colori accesi. Ci viene offerto succo di melone mentre si prepara il pranzo/cena visto l’orario. Frittatona di verdure, ottima direi. O. mi porta a fare un giro nel municipio e ne approfitto per comprare un paio di pantaloni visto che ne ho solo uno che utilizzo lavorando. Me ne serve un altro per evitare le punture di insetto. Ormai ho il corpo tempestato, ho smesso di contare le punture già dal primo giorno. Il fastidio è enorme e M. mi regala un unguento a base di basilico fatto da lei visto che è anche “hierbera”, conosce le erbe e sa come utilizzarle. Mi cospargo il corpo cercando sollievo, vediamo se funziona.

La sera la passiamo ascoltando i racconti di J. che mi spiega l’importanza del lavoro collettivo, basilare nelle comunità zapatiste. Ci si organizza in piccoli collettivi e si cerca di lavorare tutti in egual misura, cercando di supportare soprattutto i più deboli. “Para todos todo”, tutto per tutti, uno dei motti degli zapatisti. Mi spiega anche come era la situazione prima del “levantamiento”, quando il governo del pelatone Salinas de Gortari, nel 1992, cambiò l’articolo 27 della costituzione, il più importante lascito della rivoluzione messicana (1910/1917) che sanciva la proprietà collettiva della terra, modificandolo e legalizzando l’affitto e la vendita degli appezzamenti, rovinando i contadini che caddero in tentazione…

Ven. 17/2. Sveglia e solito rituale della colazione intorno al fuoco in attesa che il sole sorga completamente e riscaldi le nostre ossa. Oggi J. mi porta visitare il suo campo di mais non lontano da casa. Mi spiega le varie tecniche che usa e il calendario agricolo che fra poce settimane richiede di seminare i fagioli. Semina di mais a maggio e novembre, due raccolti a settembre e aprile. Semina fagioli ad aprile e raccolta da effettuare ad agosto. Tutto il terreno viene sempre condito dal compost che J. realizza con bucce di caffè, resti di frutta e verdura, sterco del suo toro e delle sue galline e erbacce che elimina dai suoi campi. Tutto naturale, nessun tipo di concime chimico e nessun pesticida e nemmeno diserbanti. 

In due fasi terminiamo finalmente il lavoro nella serra e tutte le piante di pomodoro sono ora assicurate per una corretta crescita. Verso sera arriva O. e, non so come, iniziamo a parlare dei Maya e della loro civiltà. O. sostiene di aver vissuto una vita precedente perchè spesso si sogna di luoghi dove non è mai stato. In varie occasioni ha verificato l’esistenza dei luoghi sognati, molto spesso antiche rovine conosciute solo dai locali perchè immerse nei boschi e difese quindi dalla natura selvaggia. Mi addormento pensando alla vita passata di O. in qualche antica città Maya.

 p.s. non siamo tornati nel “cafetal”  perchè sia L. che O. non erano disponibili, impegnati in altre attività collettive.

Sab. 18/2. Mi sveglio e trovo M. e le figlie impegnate con lo smembramento di due tacchini a cui è stato tirato il collo da poco. Oggi si prospetta un gran bel pranzetto. Mentre le donne finiscono di ripulire e bollire la carne, vado con J. nel suo orto dove ripuliamo la zona delle cipolle dalle “malas yerbas”, lui con la zappa fra una fila e l’altra e io con le mani fra una pianta e l’altra per non danneggiarle. Verso mezzogiorno torniamo a casa dove troviamo gran parte della famiglia riunita per il gran pranzo. Zuppa a base dei primi primi pomodori della serra e carne di tacchino ovviamente. Seguono un paio di ore di relax nel patio di casa e successivamente decido di seguire O. nel bosco per recuperare della legna. Ci incamminiamo lungo un sentiero nuovo per me. Rimaniamo nel municipio di Polhó dove ci sono anche indigeni non zapatisti che prima lo erano, poi si sono lasciati ingolosire dalle promesse vuote del governo, con i quali si convive tutto sommato abbastanza bene e pacificamente. Mi viene in mente una frase del Subcomandante Moisés letta pochi giorni fa “noi zapatisti chiamiamo fratelli e sorelle quelli che stanno con i partiti che non ci fanno del male. Non chiamiamo fratelli e sorelle i fottuti paramilitari, quelli sono figli di puttana”.

Recuperiamo un po’ di legna da un terreno collettivo dei “compas” e prepariamo i due carichi, uno bello pesante per O. e uno più leggero per la mia gobba. Questa volta non posso fare a meno del “mecapal” e, con l’aiuto di O. lo carico e mi incammino. Solo una sosta lungo il sentiero durante la quale il mio compagno mi dice che prima del 1990 in questa zona c’erano anche scimmie e giaguari poi, con le azioni militari del governo e lo sfruttamento delle risorse, molti animali sono stati abbattuti e quelli rimasti si sono isolati in zone più remote, come le montagne che si vedono in lontananza.

Torniamo a casa e compro una bella anguria da condividere con chiunque sia in casa. Para todos todo, no?!?

Dom. 19/2. Ultima giornata. Andiamo a stendere il caffè che, secondo l’esperienza di J. ormai è quasi prono per la consegna. Ci seguono la moglie e vari nipoti. Tutti i presenti, dopo aver steso il caffè, iniziano a ripulirlo, ovvero eliminando manualmente tutti i resti di buccia e/o grani imperfetti. Rimane in questo modo solo il meglio del meglio, i grani con la migliore qualità che verranno spediti in Europa.

Torniamo a casa e durante il pranzo M. mi spiega che le sue conoscenze in materia di erbe le sono state tramandate dal nonno, mentre quello che sa come levatrice le è stato dettato in una serie di sogni durante i quali una signora le spiegava i segreti del mestiere. J. rincara poi la dose di mistero con alcuni racconti miracolosi durante gli anni di conflitto armato dal 1994 in poi, come quando le vespe annidate in casa sua lo aiutarono a cacciare i paramilitari mal intenzionati.

Mi viene regalata una “jicara”, una scodella ricavata da una zucca insiema ad alcuni semi di pomodoro, peperoncino e passiflora. Inizia la fase dei saluti e dei regali. Lascio a J. un piccolo pensiero, il mio fedele coltellino che in questi anni mi ha seguito in Messico, Guatemala, Bolivia, Perù, Cile, Malawi e Tanzania.

Trascorre lentamente il pomeriggio, protagonista assoluto il cibo e, prima che il sole ci saluti, ci sediamo a tavola almeno altre tre volte. Termina la giornata e prima di dormire mi rendo conto che queste persone sono veramente speciali. Prima di essere zapatisti e quindi organizzati e quindi autonomi, sono indigeni e contadini, orgogliosi delle loro origini, in sintonia con la loro terra, che amano e rispettano come fosse la loro Madre, lavorandola costantemente e umilmente per ricevere i suoi frutti, coscienti della violenza e delle violazioni che il governo ha sempre riservato per loro, imparando così a non credere più nella politica istituzionale, prostituita agli interessi dei potenti e dei razzisti, ma fidandosi solo del loro identità e della loro organizzazione. Non si può non provare stima e rispetto per questa gente, indomabile custode della cultura contadina e ribelle. Lunga vita agli indigeni zapatisti.                          

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2 thoughts on “CAFFÈ, MA NON SOLO…

  1. Bellissima testimonianza, che ci invita ancora di più a sostenere la vita e la lotta degli indigeni zapatisti, e che ci fa riflettere sulla fatica e sul duro lavoro che c’è dietro una tazzina di caffè.

  2. Pingback: Tu chiamale se vuoi … connessioni – AKUADUULZA

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