CAFFÈ, MA NON SOLO…

Buongiorno. Qui è mattino, da voi è pomeriggio inoltrato. Vi lascio il racconto, sotto forma di diario di viaggio, della mia ultima esperienza a contatto con i produttori di caffè della cooperativa Yachil… 

Dopo più di una settimana di attesa, torno a Oventik con i responsabili della cooperativa per ottenere un altro lasciapassare per visitare i “cafetales” per più giorni. Arrivati a destinazione spiego le mie motivazioni alla guardia di turno all’ingresso del “Caracol” e dopo un paio di ore di speranza un componente della “Junta de Buen Gobierno” mi riceve in privato e mi rilascia, verbalmente, il permesso tanto atteso per una decina di giorni. Splendido, tutto in regola per ripartire. I soci della Yachil mi danno appuntamento per il venerdì sera e durante i due giorni che mi separano dalla dipartita mi intrattengo a San Cristobal.

Ven. 10/2. Arriva l’ora di salutare i padroni dell’ostello che ormai  è diventato casa mia in città e mi dirigo all’ufficio della cooperativa verso sera. La partenza vera e propria è fissata per il mattino seguente e allora decido di cucinare per tutti una pasta aglio, olio e peperoncino con l’aggiunta di pomodoro. Ceniamo in compagnia e i “compas”, da buoni messicani, aggiungono una buona dose di peperoncino e accompagnano la pasta con le immancabili “tortillas” di mais. La sorpresa della serata è che sbuca una moka di caffè, un lascito di Walter di Tatawelo. Finalmente posso riassaporare quel gusto che tanto garba a noi italiani. Grazie Bialetti. A letto presto perchè la sveglia sarà alle 5 ma prima di dormire inizio la lettura che mi accompagnerà nei prosimi giorni: Il pensiero critico di fronte all’Idra Capitalista, un insieme di comunicati di vari componenti dell’EZLN.

Sab. 11/2. Mi sveglia F., il “compa” che mi ha ospitato a casa sua qualche settimana fa. Ci dirigiamo verso la zona del mercato dove partono i taxi collettivi verso la nostra destinazione, il magazzino della Yachil nel municipio autonomo di Polhó. Poco prima della meta ci fermiamo a fare colazione con un ottimo bicchiere di latte caldo con riso e cannella. Arriviamo al magazzino e trovo faccie già conosciute impegnate in un lavoro comune di pulizia della zona circostante. Ci uniamo a loro e con badile, picozze, cariole e “machetes” in quattro e quattr’otto ripuliamo tutto. Inizia un’altra riunione alla quale assisto per puro piacere visto che, come la scorsa volta, tutto è rigorosamente spiegato in tzeltal e/o tzotzil. Si discute di varie tematiche mi dicono. Il primo carico di caffè in viaggio verso il porto di Veracruz per poi salpare verso il Vecchio Continente, votazioni riguardanti richieste della “Junta” di Oventik e chi più ne ha più ne metta… Ad un certo punto F. mi ripresenta ai soci presenti e chiede chi è disponibile a ospitarmi in casa per i prossimi giorni e soprattutto mi possa mostrare tutta la filiera del lavoro del caffè, dalla raccolta e lavorazione alla consegna in magazzino. Come già detto la cooperativa ha soci in 8 municipi della zona de “Los Altos” molti dei quali hanno già terminato la raccolta visto che sono ubicati in una zona geografica con un clima più caldo e dove quindi i frutti sono maturati prima. Alcuni presenti sottolineano questo dettaglio e quindi l’inutilità di portarmi a casa loro considerando il mio obiettivo. Ad un certo punto si alza un signore sulla sessantina con un gran bel baffo e il cappello da cowboy e mi offre la sua disponibilità dato che ha previsto la sua raccolta per i prossimi giorni.

Bene, scatto qualche foto ai “compas” impegnati nella movimentazione dei sacchi pieni di caffè e ci incamminiamo verso casa del mio nuovo mentore zapatista. Il suo nome è J. e vive nel municipio di Polhó quindi non andiamo lontano. Una volta a casa sua inizia a presentarmi i membri della famiglia. J. ha undici figli in totale e innumerevoli nipoti che compariranno da tutti gli accessi alla casa nei giorni seguenti. La moglie non è in casa. Essendo “partera” ovvero levatrice, sta attualmente assistendo una figlia che da pochi giorni ha partorito a casa sua. Ceniamo, in compagnia di uno dei figli e della sua famiglia, con fagioli e “tortillas”, un super classico. Abusiamo di caffè e iniziamo il rituale delle domande reciproche riguardanti la realtà che ognuno di noi vive. La mia ovviamente non la spiego perchè chi legge probabilmente già la conosce. Quella di J. è senza dubbio più  esotica e quindi interessante. Figlio di indigeni, contadino da sempre, ha vissuto lo sfruttamento della sua gente sulla propria pelle e quindi non ha esitato ad unirsi al movimento zapatista anche prima del 1994 quando era ancora tutto clandestino. Impegnato su più fronti nella sua comunità nel corso degli anni, ora si dedica al lavoro nei campi e si prende cura di tutti i figli e nipoti permettendogli di studiare quello che preferiscono. Ricordo che dopo la secondaria, il sistema educativo zapatista, fra le altre cose, permette di intraprendere la formazione per diventare promotore di salute o educazione, esperto in erbe medicinali, diventare “insurgente” e  quindi membro ufficiale dell EZLN ecc… 

J. promette di mostrarmi la sua proprietà il giorno seguente. Mi infilo quindi nel mio giaciglio, sacco a pelo su assi di legno, e mi addormento sereto. Mi piace J. e il luogo in cui vive.        

Dom. 12/2. Mi sveglia un coro di galli che, già verso le 3 del mattino, iniziano il loro concerto. Mi alzo solo verso le 7 visto che è domenica. Trovo J. in cucina con la moglie M. appena rientrata. Colazione a base di “tortillas” e fagioli, doccia fredda e via a vedere le coltivazioni di varie verdure  passando fra piante di limone, aranci, bananeti e altri alberi. Nell’orto ci sono cipolle, zucche e una vasta serra per i pomodori. J. inoltre mi spiega i nomi di erbe commestibili che ovviamente io non conosco. Una visita guidata nel mondo vegetale che lo circonda. Mi mostra anche anche la zona dove realizza il suo compost dove utilizza anche le buccie del frutto del caffè. 

Torniamo verso casa e per alcune ore ci occupiamo di ripulire e spezzettare la citronella che si utilizza per le infusioni. Trascorre un po’ pigramente la domenica, giorno di riposo per eccellenza. Niente caffè per oggi visto che il “cafetal” dove lavora J. non è dietro l’angolo. La sera, e qui si nota l’arrivo della donna di casa, ceniamo con una zuppa di verdure squisita a base di una radice di una pianta da me sconosciuta. Appuntamento per il giorno dopo, con partenza per la raccolta del caffè fissata alle 7. Si inizia a fare sul serio. 

Lun. 13/2. Mi svegliano i soliti galli e quando arrivo in cucina trovo tutti già svegli. Doppia razione di caffè con “pan dulce”, la loro versione della nostra brioche, e via verso il “cafetal”. Per arrivarci ci servono tre quarti d’ora. Il primo quarto in salita, il resto in discesa. Questo mi fa pensare che al ritorno sarà dura con il carico di caffè a farci compagnia. Una volta arrivati iniziamo la raccolta, la terza di questa stagione per J. visto che i frutti maturano a più ripetizioni. Ci raggiunge il figlio L. con una mula che ci aiuterà con il trasporto dei sacchi di caffè. Iniziamo il lavoro chicchierando un po’ poi ognuno prende una direzione diversa nel “cafetal”. Io, con il cesto da riempire ben legato in vita, scopro per la prima volta in vita mia il profumo del fiore della pianta del caffè, simile a un tipo di gelsomino anche per forma e colore. Metto un po’ di musica dal mio cellurare. Attaccano i Deep Purple ma sono fuori luogo, scorro allora la playlist e mi fermo sui Buena Vista Social Club, Chan Chan. Perso nei miei pensieri, ogni volta che il mio cesto si riempie, vado a svuotarlo nel sacco di raccolta principale. Dopo il secondo cesto J. e L. mi aspettano al punto di raccolta per lo spuntino con tortillas e fagioli ai quali io aggiungo “pan dulce”. Mi offrono anche il “pozol”, una bevanda preparata con mais cotto e poi sciolto nell’acqua. Di alto valore nutritivo è consumato durante le pause del lavoro agricolo. Visto che l’acqua in cui è sciolto potrebbe essere letale per il mio stomaco europeo, sono costretto a rifiutare l’offerta spiegando le mie motivazione a J. e L. che ovviamente si mettono a ridere. Riprendiamo il lavoro cesto dopo cesto fino le 3 del pomeriggio. Recuperiamo la mula che viene caricata son due sacchi da 70 kg l’uno. La guida J. mentre il figlio L. si carica sulla gobba un’altro sacco da 70 kg e a me tocca un sacco stimato fra i 30 e i 40 kg. Ce la farò? Per forza, non c’è molta scelta. Usiamo il “mecapal”, un fascia con due corde agli estremi che serve per trasportare i pesi sulla schiena. La fascia è sistemata sulla fronte e le corde servono per legare il carico. Ci incamminiamo ma dopo poco mi fermo, troppo fastidioso il “mecapal” per me. Mi ricordo allora delle esperienze africane e allora decido di sistemare il sacco direttamente sulla testa. La fatica  è la stessa ma almeno sono più comodo. La risalita è dura ed è grande la volontà di rispondere “si” ai vari “te ayudo?” (ti aiuto?) di J. ma non voglio mollare. Mi fermo varie volte e L. con me senza mai sganciare il suo pesante carico. Mi guarda e aspetta. Il suo atteggiamento mi carica e riparto ogni volta, anche perchè non ho molte alternative. Stringo i denti e quando inizia la discesa e si intravede il villaggio è come rinascere. Riesco addirittura a fischiettare sapendo che a breve saremo a casa e sicuramente M. ci ha preparato qualcosa da mettere sotto i denti. Ci aspetta infatti una zuppa di verdure e mentre mangiamo J. mi spiega che di ogni sacco trasportato, dopo tutte le fasi di lavoro, rimarranno solo qualche kg netto da consegnare alla cooperativa per l’esportazione. Fra pulizia, selezione, ed essiccamento si “perde” più della metà del peso… rimango senza parole. Inizio veramente a capire cosa c’è dietro a quella tazzina di caffè che spesso accompagna il nostro risveglio nella nostra dolce e viziata Italia.

Mart. 14/2. Sveglia prestino, si torna nel “cafetal” per completare la raccolta. Stesso sentiero, stessa destinazione sempre con J., L. e la mula. Terminiamo verso mezzogiorno e rincasiamo. Oggi solo due sacchi che trasporta la benedetta mula.  

Prima di pranzare spolpiamo i frutti di caffè. Per più di un’ora io e L. ci alterniamo alla manovella della spolpatrice che separa i grani dalla buccia. I nipoti di J. ci portano i vari cestini pieni di frutti, avanti e indietro come tante formiche, mentre  J. convoglia i grani in una vasca di raccolta. Sotto il sole non è uno scherzo e termino il lavoro abbastanza cotto. Mi rinvigorisce il pranzo a base di fagioli ovviamente, frittatona di uova delle galline di casa, foglie di “chayote” bollite, tortillas e novità succo di melone fatto in casa. Questa volta non penso alla provenienza dell’acqua e me lo scolo tutto, troppo buono per rinunciare. Sfido la sorte.

I grani di caffè, a questo punto, devono riposare un giorno circa quindi il resto del pomeriggio lo trascorro con J. nella serra dei pomodori dove ci sono più di 500 piante che stanno crescendo e necessitano quindi di sostegno. Armati di spago e pali, iniziamo a costruire la struttura che sosterrà ogni singola pianta. 

Torniamo verso casa ma le figlie di J. mi dicono di aspettare un po’ prima di entrare perchè M. sta visitando una ragazza indigena gravida. Un’ecografia casereccia. Ne approfittiamo per andare a comprare alcuni materiali che ci serviranno il giorno successivo nella serra e già che ci sono mi faccio ritoccare la barba dal barbiere del municipio. Rincasiamo e terminiamo la giornata condividendo del caffè intorno al fuoco con buona parte della famiglia. Quattro risate e poi ci si congeda. Hasta mañana.

Merc. 15/2. Dopo quasi un giorno di riposo i grani di caffè sono pronti per essere lavati, lo conferma l’esperienza di J. Se lasciati troppo a riposo si rischia la fermentazione e addio qualità. Inizia quindi l’attività di pulizia e filtraggio che occupa varie persone. Chi versa l’acqua nella vasca di raccolta dei grani, chi lava per eliminare gli ultimi residui di polpa, chi li porta al setaccio, un filtro azionato da olio di quattro gomiti. Qui si selezionano i grani “europei”, i migliori, quelli che arriveranno presto da noi. Nel setaccio restano quelli di seconda e terza qualità, in base alla dimensione, al peso e alle condizioni del chicco. Tutto avviene nel patio di casa. Insacchiamo quindi i grani “europei” e trasportiamo tutto nella vicina casa di uno dei figli di J. dove c’è un patio più ampio dove poter stendere comodamente i grani al sole.

Serviranno 3/4/5 giorni per il completo essiccamento, dipende dal meteo. Ogni sera verranno raccolti per evitare l’umidità della notte e ridistesi ogni mattino, quando il sole è già alto.

Cucino una bella pastasciutta per tutti e poi ognuno torna al proprio lavoro. Io torno in serra con J. e continuiamo il lavoro iniziato il giorno precedente. J. ama la sua terra e i suoi frutti, mi parla spesso del suo legame con questi luoghi e del suo lavoro instancabile. Stimo molto J. perchè orgogliosamente fa quello che gli è stato insegnato e trasmette i suoi valori e le sue conoscenze ai figli e ai nipoti con piccole lezioni quotidiane. Mi fa molte domande e mi risulta complicato spiegargli la catena alimentare in Italia, spesso caratterizzata da acquisto e consumo incosciente e quindi spreco. Credo capisca però e gli dico che provo invidia per il suo orto e per la qualità del cibo che porta sulla tavola di casa sua. Trascorre tutto il pomeriggio anche se il lavoro in serra non è terminato. Verso sera solita combricola intorno al fuoco dove arrivano arance, avocados con polvere di peperoncino, frutti della passione… tutte delizie per il palato. Concludiamo con la pasta avanzata dal pomeriggio e dopo aver condiviso il mio tabacco ci salutiamo. A quanto pare domani si torna nel “cafetal”, in un altro appezzamento. Spero tanto che la mula sia dei nostri… notte.

Gio. 16/2. Seguiamo lo stesso sentiero dei giorni precedenti. Quando finisce la salita invece di seguire il solito cammino, svoltiamo a sinistra e dopo aver fiancheggiato alcune abitazioni iniziamo la discesa passsando fra altri “cafetales” e campi di mais. La discesa è bella ripida quindi immagino la risalita. La mula fortunatamente è presente e viene guidata da O. uno dei figli di J., il primogenito per esattezza. Arriviamo sul luogo e mi rendo conto che c’è molto lavoro. Le piante di caffè sono cariche di frutti e varie sono abbastanza alte quindi arrivare ai rami superiori, calcolando anche la pendenza del terreno, non è affatto semplice. Ci sono altre persone nel “cafetal” e J. mi spiega che questo terreno è collettivo, ovvero della comunità, visto che è un terreno recuperato dai “compas” negli anni successivi al “levantamiento”. Iniziamo la raccolta prima delle 8, sosta per il solito spuntino, e terminiamo alle 15. Due sacchi da 70 kg l’uno. Carichiamo la mula che detta il passo lungo la via del ritorno.

Arriviamo a casa e troviamo le donne di casa impegnate nella loro attività ludica principale, cucire spendide maglie con fili di lana dai colori accesi. Ci viene offerto succo di melone mentre si prepara il pranzo/cena visto l’orario. Frittatona di verdure, ottima direi. O. mi porta a fare un giro nel municipio e ne approfitto per comprare un paio di pantaloni visto che ne ho solo uno che utilizzo lavorando. Me ne serve un altro per evitare le punture di insetto. Ormai ho il corpo tempestato, ho smesso di contare le punture già dal primo giorno. Il fastidio è enorme e M. mi regala un unguento a base di basilico fatto da lei visto che è anche “hierbera”, conosce le erbe e sa come utilizzarle. Mi cospargo il corpo cercando sollievo, vediamo se funziona.

La sera la passiamo ascoltando i racconti di J. che mi spiega l’importanza del lavoro collettivo, basilare nelle comunità zapatiste. Ci si organizza in piccoli collettivi e si cerca di lavorare tutti in egual misura, cercando di supportare soprattutto i più deboli. “Para todos todo”, tutto per tutti, uno dei motti degli zapatisti. Mi spiega anche come era la situazione prima del “levantamiento”, quando il governo del pelatone Salinas de Gortari, nel 1992, cambiò l’articolo 27 della costituzione, il più importante lascito della rivoluzione messicana (1910/1917) che sanciva la proprietà collettiva della terra, modificandolo e legalizzando l’affitto e la vendita degli appezzamenti, rovinando i contadini che caddero in tentazione…

Ven. 17/2. Sveglia e solito rituale della colazione intorno al fuoco in attesa che il sole sorga completamente e riscaldi le nostre ossa. Oggi J. mi porta visitare il suo campo di mais non lontano da casa. Mi spiega le varie tecniche che usa e il calendario agricolo che fra poce settimane richiede di seminare i fagioli. Semina di mais a maggio e novembre, due raccolti a settembre e aprile. Semina fagioli ad aprile e raccolta da effettuare ad agosto. Tutto il terreno viene sempre condito dal compost che J. realizza con bucce di caffè, resti di frutta e verdura, sterco del suo toro e delle sue galline e erbacce che elimina dai suoi campi. Tutto naturale, nessun tipo di concime chimico e nessun pesticida e nemmeno diserbanti. 

In due fasi terminiamo finalmente il lavoro nella serra e tutte le piante di pomodoro sono ora assicurate per una corretta crescita. Verso sera arriva O. e, non so come, iniziamo a parlare dei Maya e della loro civiltà. O. sostiene di aver vissuto una vita precedente perchè spesso si sogna di luoghi dove non è mai stato. In varie occasioni ha verificato l’esistenza dei luoghi sognati, molto spesso antiche rovine conosciute solo dai locali perchè immerse nei boschi e difese quindi dalla natura selvaggia. Mi addormento pensando alla vita passata di O. in qualche antica città Maya.

 p.s. non siamo tornati nel “cafetal”  perchè sia L. che O. non erano disponibili, impegnati in altre attività collettive.

Sab. 18/2. Mi sveglio e trovo M. e le figlie impegnate con lo smembramento di due tacchini a cui è stato tirato il collo da poco. Oggi si prospetta un gran bel pranzetto. Mentre le donne finiscono di ripulire e bollire la carne, vado con J. nel suo orto dove ripuliamo la zona delle cipolle dalle “malas yerbas”, lui con la zappa fra una fila e l’altra e io con le mani fra una pianta e l’altra per non danneggiarle. Verso mezzogiorno torniamo a casa dove troviamo gran parte della famiglia riunita per il gran pranzo. Zuppa a base dei primi primi pomodori della serra e carne di tacchino ovviamente. Seguono un paio di ore di relax nel patio di casa e successivamente decido di seguire O. nel bosco per recuperare della legna. Ci incamminiamo lungo un sentiero nuovo per me. Rimaniamo nel municipio di Polhó dove ci sono anche indigeni non zapatisti che prima lo erano, poi si sono lasciati ingolosire dalle promesse vuote del governo, con i quali si convive tutto sommato abbastanza bene e pacificamente. Mi viene in mente una frase del Subcomandante Moisés letta pochi giorni fa “noi zapatisti chiamiamo fratelli e sorelle quelli che stanno con i partiti che non ci fanno del male. Non chiamiamo fratelli e sorelle i fottuti paramilitari, quelli sono figli di puttana”.

Recuperiamo un po’ di legna da un terreno collettivo dei “compas” e prepariamo i due carichi, uno bello pesante per O. e uno più leggero per la mia gobba. Questa volta non posso fare a meno del “mecapal” e, con l’aiuto di O. lo carico e mi incammino. Solo una sosta lungo il sentiero durante la quale il mio compagno mi dice che prima del 1990 in questa zona c’erano anche scimmie e giaguari poi, con le azioni militari del governo e lo sfruttamento delle risorse, molti animali sono stati abbattuti e quelli rimasti si sono isolati in zone più remote, come le montagne che si vedono in lontananza.

Torniamo a casa e compro una bella anguria da condividere con chiunque sia in casa. Para todos todo, no?!?

Dom. 19/2. Ultima giornata. Andiamo a stendere il caffè che, secondo l’esperienza di J. ormai è quasi prono per la consegna. Ci seguono la moglie e vari nipoti. Tutti i presenti, dopo aver steso il caffè, iniziano a ripulirlo, ovvero eliminando manualmente tutti i resti di buccia e/o grani imperfetti. Rimane in questo modo solo il meglio del meglio, i grani con la migliore qualità che verranno spediti in Europa.

Torniamo a casa e durante il pranzo M. mi spiega che le sue conoscenze in materia di erbe le sono state tramandate dal nonno, mentre quello che sa come levatrice le è stato dettato in una serie di sogni durante i quali una signora le spiegava i segreti del mestiere. J. rincara poi la dose di mistero con alcuni racconti miracolosi durante gli anni di conflitto armato dal 1994 in poi, come quando le vespe annidate in casa sua lo aiutarono a cacciare i paramilitari mal intenzionati.

Mi viene regalata una “jicara”, una scodella ricavata da una zucca insiema ad alcuni semi di pomodoro, peperoncino e passiflora. Inizia la fase dei saluti e dei regali. Lascio a J. un piccolo pensiero, il mio fedele coltellino che in questi anni mi ha seguito in Messico, Guatemala, Bolivia, Perù, Cile, Malawi e Tanzania.

Trascorre lentamente il pomeriggio, protagonista assoluto il cibo e, prima che il sole ci saluti, ci sediamo a tavola almeno altre tre volte. Termina la giornata e prima di dormire mi rendo conto che queste persone sono veramente speciali. Prima di essere zapatisti e quindi organizzati e quindi autonomi, sono indigeni e contadini, orgogliosi delle loro origini, in sintonia con la loro terra, che amano e rispettano come fosse la loro Madre, lavorandola costantemente e umilmente per ricevere i suoi frutti, coscienti della violenza e delle violazioni che il governo ha sempre riservato per loro, imparando così a non credere più nella politica istituzionale, prostituita agli interessi dei potenti e dei razzisti, ma fidandosi solo del loro identità e della loro organizzazione. Non si può non provare stima e rispetto per questa gente, indomabile custode della cultura contadina e ribelle. Lunga vita agli indigeni zapatisti.                          

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PRIMI PASSI NEL “CAFETAL”

 Arrivo a San Cristobal dopo una prima tappa in Chiapas presso le antiche rovine Maya di Palenque. Una volta in città, il mio campo base per i prossimi due mesi, seguo le indicazioni di Walter, uno dei responsabili dell’associazione Tatawelo che da queste parti è passato svariate volte e che prima della partenza mi ha dato buoni consigli. La prima porta a cui bussare è quella del DESMI, un’organizzazione locale con la quale Tatawelo collabora per alcuni progetti di agroecologia nei “cafetales”, compresa la lotta alla “roya”, un fungo infestante che ha massacrato le piante negli ultimi anni.

DESMI, acronimo di “Desarrollo Economico y Eocial Mexicanos Indigenas” ovvero sviluppo economico e sociale per gli indigeni del Messico, nacque nel lontano 1969 come organismo laico e indipendente per mano dell’allora vescovo di San Cristobal Don Samuel Ruiz, strenuo difensore della cultura e dei diritti delle popolazioni indigene che ebbe anche un ruolo di prim’ordine come mediatore durante il conflitto fra EZLN e stato.
L’obiettivo di DESMI è sempre stato quello di migliorare le condizioni di vita delle comunità locali, premendo soprattutto per un modello di sviluppo economico solidale basato sull’agricoltura sostenibile.

All’ufficio di DESMI trovo Estela, la responsabile, che mi presenta tutta la squadra fra cui c’è Filippo, un volontario italiano. Qui mi spiegano come procedere e per prima cosa contattiamo la cooperativa zapatista Yachil, dalla quale Tatawelo compra il caffè, chiamando all’ufficio che hanno in città. Chi risponde è già al corrente del mio arrivo però, prima di incontrarci, mi dicono che devo chiedere il nulla osta alla Giunta di Buon Governo del “Caracol” di Oventik. (Un “Caracol” è uno spazio per le assemblee e le attività politiche e culturali e dove ha sede la Giunta di Buon Governo. Esistono cinque “Caracoles” ed altrettante giunte, uno per ogni Zona in cui è diviso il territorio di influenza dell’EZLN. Siccome la Yachil opera nella zona de Los Altos, il riferimento per tutte le attività in questa area è il Caracol di Oventik).

Il giorno dopo, quindi, mi reco con Filippo a Oventik. Ci presentiamo e spieghiamo le ragioni della nostra visita. Dopo un’oretta d’attesa fuori dal cancello d’entrata, otteniamo il permesso di entrare nel “Caracol” e veniamo ricevuti dalla Giunta, o almeno una parte d’essa. Ci accolgono tre donne con passamontagna e “paliacate”, una bandana che copre meta del volto, entrambi simboli d’appartenenza al movimento. Rispeghiamo il motivo della nostra presenza e chiediamo quindi il permesso di visitare i “cafetales” dei produttori di caffè della Yachil. Siccome la mia volontà non è quella di visitare una sola volta i “cafetales” ma, visto che il tempo a mia disposizione è molto, vorrei realizzare più visite con l’obiettivo di conoscere e documentare fotograficamente il lavoro, la faccenda si complica. Le componenti della Giunta, con calma e gentilezza, ci dicono che discuteranno il tema privatamente e ci faranno sapere la decisione nei prossimamente.

Nei giorni successivi, mentre aspetto ordini dalla Giunta, mi godo il soggiorno nella piacevolissima San Cristobal. Fra un pranzo al mercato e un succo di frutta naturale per strada, faccio anche delle escursioni nella regione. Sentieri di montagna, villaggi semi isolati, cascate… tutto molto piacevole insomma. Cerco anche di approfondire le mie conoscenze riguardanti il movimento zapatista leggendo molti comunicati dell’EZLN, alcuni recenti e altri più datati. Visito il centro di diritti umani FRAYBA e il CIDECI (Centro indígena de Capacitación Integral), uno spazio culturale con filosofia zapatista che sostanzialmente è una scuola gratuita per i giovani indigeni che vogliono apprendere una o più attività. Ci sono infatti un sacco di laboratori che si possono frequentare, da quello di falegnameria a quello di musica, da quello di cucito a quello di meccanica ecc.. Partecipo anche ad un incontro dove si dibattono tematiche attuali riguardanti il movimento, la situazione del Chiapas, del Messico e del mondo intero.

Dopo qualche giorno arriva finalmente la chiamata dalla Yachil. Da Oventik è arrivato il tanto atteso nulla osta e quindi si può partire per i “cafetales”. Mi danno appuntamento all’ufficio della cooperativa dove mi aspetta F. che sarà il mio mentore per i prossimi giorni. Partiamo con un mezzo pubblico alla volta del municipio autonomo di San Pedro Polhó appartenente al municipio di Chenalhó, dove ha sede il magazzino della cooperativa. Arrivati a destinazione ci aspettano altri “compas”, in questo modo si chiamano gli zapatisti fra di loro. Conosco così P., A., J. e altri soci. Sono tutti indaffarati nei preparativi per il giorno dopo. Ci sarà infatti la riunione annuale alla quale sono invitati tutti i soci e durante la quale verranno comunicati i bilanci dell’anno appena passato e i programmi per il futuro prossimo. Con F. ci sistemiamo nel magazzino chein questo periodo, inizia a riempirsi di sacchi di caffè visto che siamo nel bel mezzo della stagione del raccolto. Trascorreremo lì la notte visto che F. vive in un villaggio distante un paio d’ore in auto e non sarebbe sensato intraprendere quel viaggio per poi ritornare il mattino seguente. Dopo una zuppa di verdure mi infilo nel sacco a pelo e, prima di cadere fra le braccia di Morfeo, mi rendo conto che sto effettivamente entrando nella realtà zapatista. Mi addormento ben felice.

Il giorno seguente ci si sveglia presto e ci rechiamo all’ingresso del municipio autonomo di Polhó dove due donne di guardia con il passamontagna ci aprono il cancello. Entro quasi automaticamente perchè sono accompagnato dai “compas” della Yachil e ho il permesso di Oventik, altrimenti non sarebbe possibile. Assisto passivamente, durante tutta la mattinata, alla riunione annuale della Yachil. Ore e ore ad ascoltare centinaia di numeri e discorsi in lingua tzeltal e/o tzotzil, le lingue indigene più comuni da queste parti. Gironzolo fra le case del municipio ma non mi viene dato il consenso per scattare foto… mentre i “compas” più curiosi si avvicinano e mi fanno un sacco di domande alle quali io contraccambio con le mie riguardanti le loro piante di caffè e il loro raccolto di quest’anno. Passa così l’intera giornata all’interno del municipio autonomo dove la vita sembra trascorrere come in qualsiasi altro villaggio non zapatista anche se, in realtà, tutto o quasi è definito da regole ben precise alle quali uno o si adegua o è libero d’andarsene. Niente droga, niente alcol, niente armi, niente traffici di qualsiasi genere… queste sono le più rigide che appaiono anche sui cartelli all’ingresso di ogni zona zapatista. Immancabili, sulle pareti degli edifici, ci sono anche i murales che sono in ogni luogo zapatista e che ritraggono i personaggi più rivoluzionari del continente, da Emiliano Zapata al Che. Ci sono inoltre le effigi che mescolano il sacro con il profano, come la Virgen de Guadalupe con il “paliacate”, e ovviamente richiami alla storia e al futuro di questo mondo ribelle. Ritrovo F. impegnato tutto il giorno con il suo lavoro e finalmente ceniamo tutti insieme. Salutiamo i “compas” e torniamo in magazzino per la seconda notte. Strempio per visitare almeno un cafetal e finalmente F. mi comunica che il giorno seguente andremo a casa sua, in un villaggio nel municipio di San Juan Cancuc. Avrò così l’occasione di vedere come si lavora nei “cafeteles” e di toccare con le mie mani quei grani che, fra qualche mese, molto probabilmente finiranno sulle nostre tavole in Italia grazie al lavoro di Tatawelo.

Mi sveglio sovraeccitato e senza fare colazione partiamo. Un’altro paio d’orette cambiando due mezzi durante le quali F. mi racconta la storia della cooperativa il cui nome completo è Yachil Xolabal Chulchan che in lingua tzeltal significa Nuova Luce del Cielo. La cooperativa, fondata nel 2001, oggi lavora con più di seicento piccoli coltivatori sparpagliati in otto diversi municipi: Pantelhó, San Juan Cancuc, Chenalhó, Tenejapa, Chalchihuitan, Aldama, Simojovel e El Bosque. Tutti rigorosamente produttori di caffè organico, senza quindi utilizzare diserbanti e pesticidi vari.

Arrivati a destinazione scendiamo dal taxi collettivo e intraprendiamo un sentiero che dopo 10 minuti ci porta a casa di F., 4 strutture più o meno stabili ognuna con un ruolo ben definito. Eccomi catapultato nel mondo degli indigeni di queste montagne. Ci accoglie la moglie M. che mi da il benvenuto in tzeltal accompagnato da un sorriso sincero, incorniciato da molte rughe dovute a una vita di duro lavoro e lunghissimi capelli neri raccolti in una treccia infinita. Ci aspettava e, in men che non si dica, eccoci servita la colazione per la quale davvero è valsa la pena aspettare. Arrivano prima tre uova stese su una foglia di banano e cotte direttamente sulla brace, fagioli e ovviamente le immancabili “tortillas” fatte in casa che accompagnano ogni pasto. Tutto proveniente dal terreno e dagli animali di proprietà della famiglia, con quel sapore autentico che fa sempre piacere ritrovarsi in bocca. Non manca il caffè che non è esattamente come piace a noi italiani, visto che viene preparato in pentola e quindi risulta molto annacquato, ma va comunque benissimo. Ripulisco il piatto e la foglia di banano come se non mangiassi da mesi e successivamente seguo l’invito di F. di seguirlo nel suo “cafetal”. In realtà le sue piante di caffè sono uvunque e, alcune, le avevamo già incrociate lungo il sentiero. Compare anche colui che risulta essere il suo figlio più giovane, G., una decina di anni e una risata contagiosa. F. mi consegna un machete e un cappello e iniziamo il percorso lungo il sentiero che costeggia la sua proprietà. Durante il cammino mi viene spiegato a grandi linee il lavoro. Noto subito le piante che sono state colpite dalla “Roya” qualche anno fa e che, piano piano, si stanno recuperando. Hanno ancora poche foglie ma hanno già ricominciato a fruttificare. Il raccolto di F., come quello di molti altri coltivatori, è diminuito molto durante il periodo in cui la “Roya” ha attaccato le piante del caffè ma ora, grazie anche al fatto di aver piantato nuove piante, si sta tornando a un buon livello di produzione.

Ricordo che la pianta del caffè ha bisogno di almeno tre anni prima di iniziare a dare i primi frutti chiamati drupe e simili a delle ciliege. La buccia è lucida e spessa mentre la polpa è tenera e zuccherina. Ogni drupa contiene due semi, solcati e semiovali, posti uno di fronte all’altro e ricoperti da una membrana. Il pergamino infine, una pellicola biancastra coriacea, protegge ogni singolo seme. Questi semi, i futuri chicchi di caffè che conosciamo, sono l’unica parte della drupa ad essere utilizzata. Ogni tanto nella dropa si trova solo un seme, che risulta più grande e tondo, che qui viene chiamato “caracolillo”.

Sulle piante noto i frutti con diversi livelli di maturazione. al fiore al frutto completamente maturo, passano mediamente 7/8 mesi, per questo alcune drupe sono ancora verdi, altre hanno già assunto quel colore rosso vivo che è sinonimo di maturazione, altre sono già state spolpate e i semi sono stesi al sole mentre altre stanno diventando compost e i loro semi sono già nei sacchi nel magazzino della Yachil. Il raccolto viene quindi effettuato manualmente per un periodo di varie settimane, raccogliendo man mano solo i frtutti maturi.

Iniziamo a lavorare. Machete alla mano, eliminiamo le erbacce infestanti e tagliamo quelle che danno fastidio e tolgono aria e energia alle piante di caffè. F. sorride nel vedermi lavorare al suo fianco mentre ogni tanto G. sbuca da dietro un banano e da altre piante che servono per ombreggiare il “cafetal”. Andiamo avanti per un paio di ore poi F. decide che per quel giorno il lavoro è terminato. Torniamo verso casa e una volta arrivati mi presenta il resto della famiglia. Le due giovani figlie che lavorano spesso a fianco della madre e il primogenito M. che è un promotore d’educazione zapratista, in pratica un maestro. Ci rilassiamo tutti per un po’, una sorta di “siesta” che mi fa godere ancora di più della quiete che si incontra solo in posti come questo, lontano dalla città e dalla confusione, immersi nella natura. Nessun rumore, solo quello del vento che corre fra gli alberi, qualche cane che abbaia in lontananza e qualche gallina che si contende un grano di mais.

Risorgo da questo stato di semi trance e mi bevo una tazza di caffè. Il cielo non promette nulla di buono e allora F. mi porta sul tetto con le sue due figlie per ritirare i grani di caffè che stanno asciugando. Verso sera incomincia a piovere e la temperatura si abbassa notevolmente. Siamo a circa 1500 sopra il livello del mare. Ci ritiriamo nella stanza che funge da cucina intorno al focolare. M., la moglie di F., seguendo rituali collaudati da anni e anni di esperienza, ci prepara una zuppa deliziosa che mi scalda contemporaneamente il corpo e l’anima. Seguo i racconti di F. riguardanti la sua vita prima e dopo l’adesione alla lotta zapatista. Continua il figlio M, poco più giovane di me, che mi racconta le grosse differenze esistenti fra il sistema scolastico gestito del governo e quello autonomo, documentando il tutto con libri e fascicoli che mi consiglia di leggere con calma.
Più tardi mi ritiro nel mio sacco a pelo con una lettura di quelle consigliate da M. e cerco di non crollare. Non riesco a mantenere alta la concentrazione e mi perdo nei miei pensieri che mi fanno realizzare quanto sarebbe interessante rimanere in quel luogo per tutto il tempo. Ahimè F. deve tornare al lavoro in ufficio della Yachil a San Cristobal, ruolo per il quale è stato eletto dai soci e che ricopre da più di un anno ormai e che lo terrà occupato fino alla scadenza del secondo anno.

Il giorno successivo salutiamo la famiglia e, dopo vari tentativi e molti passi, troviamo un passaggio miracoloso fino al magazzino della Yachil a Polhó. Qui trascorreremo il resto della giornata uggiosa e la fredda notte prima di rientrare in città. Ci manca la cucica di M. e ci arrangiamo come possiamo accendendo un fuocherello e improvvisandoci cuochi.

Una volta tornati a San Cristobal mi comunicano che dovrò tornare a Oventik per prolungare il permesso visto che quello che mi è stato concesso era solo per qualche giorno. Leggermente confuso faccio finta di capire. Pensavo di aver già chiarito il fatto cha avessi bisogno di un permesso più lungo. Niente. Mi adeguo e capisco che probabilmente la differenza linguistica e culturale e l’elevato livello di sicurezza che gli zapatisti danno alle loro realtà,fanno la loro bella parte per rendere il mio desiderio non esattamente semplice da realizzare.

Prossimamente vi aggiornerò sugli avvenimenti perché, ora come ora, non ne sono al corrente nemmeno io…

Un saluto dalle montagne del sudest messicano.
Giacomo

BREVE CRONACA DELLA LOTTA (NEO)ZAPATISTA

Come promesso, ecco un breve racconto per permettere a chi ci segue di capire il contesto in cui operiamo quest’anno. Siamo dunque di fronte a una nuova realtà, quella del Chiapas, una regione del sud-est messicano con la popolazione a maggioranza indigena, molto ricca di risorse naturali e per questo motivo da sempre in balia di una sequela di offese e usurpazioni. Da più di cinquecento anni le popolazioni che vivono da queste parti subiscono decisioni e azioni senza mai essere prese nemmeno in considerazione. Questi popoli hanno sofferto prima l’invasione dei “conquistadores”, con tentativi spesso riusciti di annientamento fisico e culturale poi, dopo l’indipendenza dal dominio coloniale spagnolo (1821), le politiche dittatoriali del governo e dei grandi latifondisti che in realtà non sono mai terminate anzi, sono continuanate anche dopo la rivoluzione guidata da Emiliano Zapata e Pancho Villa culminata con la nuova costituzione del 1917, e forse sono anche peggiorate con il passare del tempo visto che oggi gli abusi vengono programmati ed eseguiti in modo legale e “democratico” dall’Idra Capitalista.

Le popolazioni indigene del Chiapas non sono mai state interpellate in questioni che le riguardano molto da vicino, visto che si è sempre trattato della loro terra e delle loro tradizioni. Non hanno mai avuto una voce e un volto fino al 1 gennaio del 1994 quando la disperazione e l’indignazione le obbligò a impugnare le armi e insorgere, a “prepararsi a morire per vivere nell’unico modo che vale la pena ovvero con libertà, giustizia e democrazia”. Quel giorno nacque ufficialmente l’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, che in realtà si creò durante dieci anni di clandestinità fra la selva e le montagne chiapaneche. Venne dichiarata così la guerra alle politiche razziste e discriminatorie del governo messicano in concomitanza con l’entrata in vigore del Trattato di libero commercio fra il Messico gli Stati Uniti d’America e il Canada. Tramite la voce del Subcomandate Marcos e dei vari componenti della Comandancia, parlavano così per la prima volta in modo pubblico, davanti all’intera nazione e a tutto il mondo, migliaia di indigeni. Le loro richieste furono e lo sono ancora oggi: lavoro, terra, casa, alimentazione, salute, educazione, indipendenza, libertà, democrazia, giustizia e pace.

La risposta del governo a questa rivolta non fu delle migliori e praticamente si concretizzò nella militarizzazione del Chiapas. Pallottole e sangue. Iniziò così un periodo di guerriglia durante il quale l’EZLN non si arrese e non fu mai sconfitto nonostante gli innumerevoli tentativi dell’esercito e le calunnie diffuse dai media ufficiali del governo che li accusavano di narcotraffico e terrorismo. Convinto però, anche grazie alla pressione dalla società civile messicana, che le armi non rappresentavano la giusta via per un miglioramento delle loro condizioni di vita, l’EZLN iniziò un processo di dialogo con il governo che culminò nel 1996 con gli Accordi di San Andrés. In questi accordi il governo garantiva il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene, cosa che in realtà non avvenne mai. Con l’esercito schierato è continuata la violenza feroce, come nel caso del massacro del villaggio di Acteal del 1997 dove vennero ammazzati 45 indigeni.
Diventò sempre più chiaro e lampante che il governo, nonostante nel corso degli anni cambiassero i presidenti, non aveva alcuna intenzione di riconoscere i diritti e la cultura indigena e gli zapatisti si resero conto che tutto il processo di dialogo fu inutile e di essere stati presi in giro per l’ennesima volta. Capirono che non importa quello che il governo firma perchè alla fine rimane sempre tutto incompiuto. In questo modo la classe politica non solo chiuse, per l’ennesima volta, la porta in faccia alle popolazioni indigene ma diede un colpo mortale alla soluzione pacifica e dialogata del conflitto. Da allora terminarono tutti i contatti da parte degli zapatisti con il “mal gobierno” del Messico e la lotta continuò con il riconoscimento unilaterale, da parte dell’EZLN, degli Accordi di San Andrés.

Iniziò così il processo di indipendenza e autonomia reale con la creazione prima dei municipi autonomi ribelli zapatisti e poi delle “Juntas de buen gobierno” nel 2003, sempre seguendo l’ideale del “mandar obedeciendo”, comandare obbedendo. Chi viene eletto e governa deve seguire le indicazioni del popolo che lo ha incaricato, altrimenti viene cacciato immediatamente. L’EZLN, in quanto esercito, si fece piano piano da parte per non influire troppo nelle decisioni democratiche delle autorità elette dal popolo zapatista, ma continuò a cercare appoggio economico per permettere alle comunità autonome di migliorare le condizioni di vita e avanzare con meno problemi nella costruzione dell’autonomia. 

Nel corso degli anni la lotta zapatista ha ricevuto attenzione e supporto da tutte le parti del mondo perchè nella loro lotta si riconobbero molte altre minoranze e molte associazioni civili. Ebbero luogo così i cosidetti incontri intergalattici, ovvero incontri degli zapatisti con la gente di tutto il mondo disposta a condividere la lotta, una lotta globale contro un sistema fatto di oppressione e basato solo sul profitto, incurante del popolo e dell’ambiente che ci circonda. Da ricordare sicuramente la marcia per la dignità indigena del 2001 che, dai villaggi del Chiapas, arrivò fino al palazzo del governo a Città del Messico, con una presenza massiccia di gente da tutte le parti del Messico e del pianeta. Anche dall’Italia ovviamente.

Grazie anche al supporto proveniente dall’esterno, dal 1994, sono migliorate le condizioni generali delle comunità indigene nel settore della politica sociale quindi educazione e sanità, con scuole e cliniche autonome. Anche dal punto di vista del lavoro, della proprietà della terra e quindi del cibo, ci sono stati sostanziali miglioramenti, visto che molti terreni sono stati recuperati e i vari grandi proprietari terrieri sono stati cacciati migliorando così la produzione e la commercializzazione di prodotti sempre più organici. Anche le donne, da sempre discriminate e escluse dalle decisioni, hanno guadagnato sempre più diritti e partecipano in modo attivo nelle discussioni centrali. Si tratta di un cammino lungo e tortuoso, pieno di imprevisti e minacce, che ancora oggi continua non senza difficoltà. C’è ancora molto da migliorare ma, senza dubbio ci sono stati netti progressi a partire da quel 1 gennaio del 1994. Non solo le popolazioni indigene sono cresciute, anche l’EZLN è avanzato. Coloro che erano bambini al tempo del “levantamiento” ora sono giovani uomini e donne, maturati in un contesto di resistenza e degna ribellione, con una formazione politica, tecnica e culturale che i genitori non avevano. C’è stato quindi un cambio generazionale che ha rinnovato l’organizzazione generale dell’EZLN, nuova linfa per continuare la lunga lotta. Nonostante gli attacchi militari dell’esercito e di gruppi paralimitari, politici, ideologici e economici del governo, l’EZLN e le comunità autonome zapatiste non sono state sconfitte anzi, hanno guadagnato sempre più spazio e coraggio.

Con la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona del 2005, il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigena, la direzione politico/militare dell’EZLN, ha cercato di fare un ulteriore passo avanti. L’obiettivo fu quello di allargare sempre di più la lotta, coinvolgendo tutti i gruppi sociali attivi contro il sistema neoliberista e la globalizzazione dei grandi capitalisti che rendono tutto merce di scambio nel nome del profitto. Quel sistema che esclude, disprezza e cerca di eliminare non solo gli indigeni del Chiapas, ma molte altre persone. Per questo motivo i contadini lottano e si organizzano per riavere la loro terra, gli operai si battono per i loro diritti e perchè non si privatizzi il loro lavoro, i giovani studenti manifestano per un educazione vera, gratuita e libera per tutti, le donne non si lasciano trattare come oggetti, gli omosessuali, le lesbiche i transessuali non si lasciano deridere e maltrattare, i migranti cercano una nuova vita perchè costretti a farlo da guerre e violenze di ogni genere, e molti altri gruppi indigeni di tutto il mondo gridano il loro dolore e le loro sofferenze. Tutti in cerca di giustizia, libertà e democrazia, senza vendersi ne arrendersi.
Con questa Dichiarazione l’EZLN cerca sostegno per la propria lotta e dà supporto alle lotte degli altri, condividendo i problemi e imparare reciprocamente a risolverli, discutendo e mettendo in pratica le decisioni, un passo alla volta, cercando di costruire uno spazio politico di relazione comune. Da quella dichiarazione il movimento zapatista è cresciuto ulteriormente aprendosi al mondo e lasciandosi visitare e esplorare.

Non elenco tutti gli avvenimenti, altrimenti vi annoio. Magari lo farò nei prossimi post soprattutto descrivendo quelli più recenti, come la decisione del Congresso Nazionale Indigeno di candidare una donna indigena per le presidenziali del 2018. Cercherò sicuramente di raccontarvi come si vive realmente nelle comunità autonome e ribelli zapatiste, dove praticamente esiste un’autonomia de facto. La mia chiave d’accesso a questo mondo sarà la cooperativa di produttori di caffè Yachil, che fornisce caffè a Tatawelo, l’associazione che lo porta in Italia, che da anni sostiene in questo modo la lotta in questione. Come scritto nella Sesta Dichiarazione “…in Europa vi mandermo caffè delle cooperative zapatiste perchè possiate venderlo e così finanziare i nostri progetti di autonomia”. Visto che ho una stima immensa per questa lotta così farò, ma prima mi immergo in questo mondo ribelle, autonomo e orgoglioso, composto da uomini e donne, bambini e anziani, senza discriminazione di ogni genere, basato sul lavoro comunitario con sforzi e sacrifici, resistenza e ribellione, tutto frutto di una cultura antica, molto più reale della cultura del denaro che regola i nostri calendari e le nostre geografie.

A prestissimo, un abbraccio a chi legge. Jack.

NOVITÀ

Come anticipato nell’ultimo post qualche settimana fa, ci sono varie novità che vorremmo ufficilmente comunicarvi.
Iniziamo questo 2017 con un cambio di nome della nostra associazione che, da oggi, si chiamerà Life ONLUS e non più FaeforLife ONLUS. Dal punto di vista strutturale non cambia assolutamente nulla. Togliamo solo il cappello ‘Fae’ perchè desideriamo che altra gente si unisca a noi, per avere una ventata di aria fresca all’interno del nostro organico e quindi nuove idee, nuovi punti di vista. L’impressione era che il prefisso ‘Fae’ risultasse come una barriera, un limite per il nostro pubblico, quando in realtà non è mai stato così. Quindi, in parole povere, per chi desidera entrare a far parte del nostro staff, questo è il momento giusto, non ci sono più scuse. Vi aspettiamo a braccia aperte!

Ci sono novità anche per quanto riguarda l’esperienza che faremo e la realtà che supporteremo quest’anno. Dopo due anni dedicati alla lotta per i diritti della comunità albina in Tanzania, approfondiremo un nuovo tema, almeno per noi, e una nuova geografia sarà protagonista dei nostri racconti e delle nostre attività.
Quest’anno ci avviciniamo al mondo del mercato equo e solidale, in particolar modo al commercio del caffè, uno dei prodotti più scambiati al mondo in borsa e simbolo di un’economia basata sullo sfruttamento e sulla speculazione finanziaria.
Qualche mese fa abbiamo conosciuto l’associazione Tatawelo http://tatawelo.it/ che da più di dieci anni ormai accompagna le comunità indigene zapatiste in Chiapas (Messico), da anni in lotta per l’affermazione del diritto di vivere dignitosamente sulle proprie terre e secondo la propria cultura, nel raggiungimento di una reale autonomia. Tatawelo sostieni quindi le comunità indigene zapatiste attraverso la commercializzazione del caffè, maggior prodotto di esportazione e fonte di reddito per centinaia di piccoli produttori. Questa attività è uno dei pilastri sul quale si regge la costruzione dell’autonomia zapatista. È anche grazie a questo lavoro delle cooperative e alla vendita dei prodotti, caffè incluso, nei circuiti del mercato equo e solidale che i governi autonomi del Chiapas sostengono le loro strutture educative, sanitarie e lo sviluppo complessivo delle loro comunità.

A questo punto si dovrebbe aprire una parentesi che però non sarebbe molto semplice da chiudere visto che raccontare trent’anni di lotta del movimento zapatista non è esattamente la cosa più semplice da fare quindi, per ora, diciamo solo che si tratta di una lotta dei popoli indigeni di questa parte del mondo che, dopo una buia notte lunga più di cinquecento anni fatta di violenza, persecuzione, discriminazione, furti di terra, cultura e identità, hanno deciso di ribellarsi a questo sistema che solo sapeva disprezzarli e annichilirli. È una lotta per la vita, per l’unica forma di vita che vale la pena di vivere ovvero con libertà, giustizia e dignità. Nel prossimo post approfondiremo un po’ di più questa battaglia così che tutti i lettori di questo blog possano capire di cosa si tratta esattamente e come sia nata, si sia sviluppata e, lentamente, continui ad avanzare.
Uno dei principali obiettivi di Tatawelo è quello di promuovere un’economia solidale, rispettosa dei diritti dei produttori, dei consumatori, dell’ambiente e mettere in pratica forme di finanza etica. Da questo presupposto nasce il motto di Tatawelo: “seminare, raccogliere e distribuire non solo chicchi di caffè ma di giustizia, dignità, uguaglianza e autonomia”. Facciamo nostra questa frase e quest’anno ci riproponiamo di sostenere direttamente questa associazione e quindi la lotta per l’autonomia delle comunità indigene zapatiste.

A prestissimo per i primi racconti in diretta dalle comunità zapatiste.
Stay tuned.

RACCOLTA FONDI 2016 E ATTIVITÀ 2017

Ecco un breve comunicato riguardante quello che abbiamo realizzato e su quello che è in fase di realizzazione…

Anche quest’anno abbiamo concluso la nostra raccolta fondi con la quarta edizione di ArtforLife. Come ben definito sin dall’inizio, l’intero ricavato è andato alla Josephat Torner Foundation (JTF), associazione con sede a Dar es Salaam impegnata a migliorare le condizioni di vita della comunità albina in Tanzania, paese dove continua ad esistere una grande discriminazione nei confronti degli albini nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi anni.  Qui di seguito un link utile per seguire il lavoro di JTF https://www.facebook.com/josephattornerfoundation/?fref=ts 

Oggi, 9/1/17, sono stati ufficialmente spediti alla JTF 6500 euro. Questo è il nostro piccolo contributo economico che, per il secondo anno di fila calcolando il supporto ad Asante Mariamu del 2015, viene destinato a sostenere la lotta per i diritti degli albini in Tanzania. Ora, visto l’arrivo del nuovo anno che per noi significa nuovi impegni e nuove sfide, non ci resta cha augurare al team della JTF i migliori risultati durante le loro prossime campagne di sensibilizzazione, prevenzione e assistenza.

In questo 2017 ci saranno varie novità sia dal punto di vista teorico, con dei cambiamenti riguardanti la forma e l’aspetto della nostra Onlus, sia dal punto di vista pratico, con un nuovo imminente viaggio e quindi una nuova realtà da scoprire, conoscere e aiutare. Verrà comunque comunicato tutto, mano a mano che le decisioni verranno prese ufficialmente all’interno del nostro Consiglio.

Vi invitiamo perciò a seguirci sempre e vi ringraziamo immensamente per tutto quello che avete donato a FaeforLife sposando così la nostra causa.

Grazie di cuore, a prestissimo.

Lo Staff di FaeforLife. 

IL NOSTRO SUPPORTO 2016

Nel 2016, come già accennato nei precenti post, abbiamo deciso di rinnovare il nostro impegno a fianco degli albini in Tanzania. Durante l’ultimo viaggio abbiamo realizzando la seconda parte di “Albinos, don’t let them alone”, un reportage che vuole raccontare la realtà degli albini da un punto di vista diverso rispetto a quello dello scorso anno. C’è un’enorme differenza di pensiero e mentalità fra le zone rurali, soprattutto quelle della Tanzania occidentale, e le città come Dar es Salaam. In città c’è un buon livello di educazione scolastica e quindi, nella maggior parte dei casi, gli albini sono accettati ed emancipati, anche se non mancano le difficoltà. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere albini che hanno una famiglia, un lavoro dignitoso e che si impegnano per migliorare le loro condizioni di vita e quelle dei loro simili. Insegnanti, studenti, personale ospedaliero, taxisti, attivisti e non, tutti esempi positivi di integrazione e di lotta diretta o indiretta. Abbiamo quindi voluto documentare le loro vite per raccontare anche questo aspetto dell’albinismo in Tanzania.

Senza dubbio Josephat Torner https://lifeonlusbg.wordpress.com/2016/02/02/josephat-torner/  è l’esempio per noi migliore di questa realtà assai variegata e articolata. È anche per questo motivo che abbiamo deciso di destinare la nostra raccolta fondi 2016 alla Josephat Torner Foundation (JTF), un’associazione recentemente creata da un gruppo di giovani laureati ispirati e motivati dalla forte personalità e dall’immensa dedizione di Josephat.

L’obiettivo di JTF è quello di aumentare la conoscenza generale sulla tematica dell’albinismo in tutto il paese, promuovendo dialogo e confronto, educazione e consapevolezza, per eliminare discriminazioni e violenze e per riconoscere le persone affette da albinismo e altre disabilità come parte integrante delle comunità di appartenenza, con gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri membri, per una società aperta a tutti, senza barriere, ostacoli, impedimenti e pregiudizi, non solo in città ma in tutta la Tanzania.

A breve aggiorneremo il nostro sito web http://www.faeforlife.org con maggiori informazioni e con la nuova galleria immagini. Comunicheremo sempre tramite la nostra pagina facebook https://www.facebook.com/faeforlife/?fref=ts i nostri eventi per concretizzare la nostra raccolta fondi di quest’anno.

Ringraziamo anticipatamente tutti quelli che parteciperanno e ci sosterranno.

It’s all about dreams.

A presto.

Lo staff di FaeforLife.

 

LETTERA DA ASANTE MARIAMU

Lascio Kabanga non prima di aver salutato tutti gli amici che ormai ho da queste parti. La mia partenza coincide con l’arrivo della lettera di ringraziamento mandata da Asante Mariamu, l’associazione che abbiamo supportato nel 2015. Voglio condividerla, prima in inglese e poi in italiano, perché è destinata a tutti voi che seguite e sostenete FaeforLife.

March 1, 2016

Dear Mr. Mignani and our friends at FaeforLife,

Thank you so much for your generous donation in support of Asante Mariamu’s work on behalf of people with albinism in Tanzania. We have seen great strides in recent years, and celebrated the first International Albinism Awareness Day last year. However, we still have a great deal of work to do. Your donation will be used to help make a difference.

In the last year, we’ve expanded our scholarship program to include 14 students in Tanzania and Uganda. We also support a sewing cooperative for women with albinism, helping them to develop skills for independence. The Kabanga Protectorate Center continues to be at the heart of our work, and we look forward to working with Mr. Mignani to improve the lives of the children and adults with your generous donation. We strive to put a human face on the issue of albinism awareness, and to focus on positive stories of empowerment.

Thank you again for joining our work, and please feel free to contact me if you have any questions.

Sincerely,

Susan Leslie DuBois
Executive Director, Asante Mariamu Foundation, Susan@Asante-Mariamu.org

 

1 marzo 2016

Cari amici di FaeforLife, voglio ringraziarvi per la vostra generosa donazione a nome di tutte le persone affette da albinismo in Tanzania.

Recentemente abbiamo notato dei progressi e lo scorso anno è stata celebrata la prima giornata mondiale dell’albinismo. Nonostante ciò c’è ancora molto lavoro da fare. La vostra donazione sarà quindi utilizzata per aiutare a fare la differenza.

Negli ultimi anni abbiamo ampliato il nostro progetto, assegnando borse di studio a 14 ragazzi albini in Tanzania e Uganda. Inoltre, diamo il nostro contributo ad una cooperativa di sarte composta da donne albine, aiutandole così a imparare un lavoro per essere economicamente indipendenti.

Il centro di protezione di Kabanga continua ad essere al centro della nostra attenzione e, grazie alla vostra donazione, speriamo di collaborare con il Sig.Mignani per migliorare la vita dei bambini e degli adulti ospitati nel centro.

Grazie ancora per esservi uniti al nostro lavoro. 

Susan Leslie DuBois.

Direttore esecutivo di Asante Mariamu Foundation, Susan@Asante-Mariamu.org.

A questo punto non posso fare altro che ringraziare tutte le persone che, con il loro sostegno durante il 2015, hanno reso possibile la nostra raccolta fondi e quindi la nostra donazione.

Ormai anche l’esperienza di quest’anno qui in Tanzania sta per finire. Prima di raggiungere Dar es Salaam dove ritroverò Josephat e gli amici della Josephat Torner Foundation, farò un piccolo viaggio tutto personale nel mondo equo e solidale delle cooperative del caffè, prima a Bukoba dove la Kagera Cooperative Union produce la qualità robusta e poi a Moshi dove la Kilimanjaro Native Cooperative Union produce arabica.

A presto per gli aggiornamenti sulla nostra campagna 2016. Vi anticipo solo che ovviamente saremo ancora a fianco delle persone albine qui in Tanzania.

Saluti.

Jack.