RACCOLTA FONDI 2016 E ATTIVITÀ 2017

Ecco un breve comunicato riguardante quello che abbiamo realizzato e su quello che è in fase di realizzazione…

Anche quest’anno abbiamo concluso la nostra raccolta fondi con la quarta edizione di ArtforLife. Come ben definito sin dall’inizio, l’intero ricavato è andato alla Josephat Torner Foundation (JTF), associazione con sede a Dar es Salaam impegnata a migliorare le condizioni di vita della comunità albina in Tanzania, paese dove continua ad esistere una grande discriminazione nei confronti degli albini nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi anni.  Qui di seguito un link utile per seguire il lavoro di JTF https://www.facebook.com/josephattornerfoundation/?fref=ts 

Oggi, 9/1/17, sono stati ufficialmente spediti alla JTF 6500 euro. Questo è il nostro piccolo contributo economico che, per il secondo anno di fila calcolando il supporto ad Asante Mariamu del 2015, viene destinato a sostenere la lotta per i diritti degli albini in Tanzania. Ora, visto l’arrivo del nuovo anno che per noi significa nuovi impegni e nuove sfide, non ci resta cha augurare al team della JTF i migliori risultati durante le loro prossime campagne di sensibilizzazione, prevenzione e assistenza.

In questo 2017 ci saranno varie novità sia dal punto di vista teorico, con dei cambiamenti riguardanti la forma e l’aspetto della nostra Onlus, sia dal punto di vista pratico, con un nuovo imminente viaggio e quindi una nuova realtà da scoprire, conoscere e aiutare. Verrà comunque comunicato tutto, mano a mano che le decisioni verranno prese ufficialmente all’interno del nostro Consiglio.

Vi invitiamo perciò a seguirci sempre e vi ringraziamo immensamente per tutto quello che avete donato a FaeforLife sposando così la nostra causa.

Grazie di cuore, a prestissimo.

Lo Staff di FaeforLife. 

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NYARUSUGU REFUGEES CAMP

 

La Tanzania è una nazione che collabora da molto tempo con l’alto commissariato delle nazioni unite che si occupa dei rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR). Infatti, da parecchie decine di anni, riceve rifugiati soprattutto dal Congo e dal Burundi.
Nyarugusu, nella regione di Kigoma, è il campo profughi più grande del paese, uno dei maggiori in Africa. Attualmente conta più di 100.000 ospiti. La maggior parte di essi sono rifugiati del Congo arrivati dal 1997 a causa della guerra civile. Molti arrivano dalla regione Orientale e dalle regioni del Nord e Sud Kivu. È ancora attuale l’instabilità di queste regioni causata da troppi anni di violenza per gestire gli enormi interessi delle miniere di oro e di coltan. A Nyarugusu c’è anche molta gente che arriva dal Burundi. A quelli arrivati all’epoca della guerra civile negli anni novanta tra hutu e tutsi, originariamente situati al campo di Mtabila, si sono aggiunti negli ultimi mesi decine di migliaia di nuovi arrivi. Questa volta la causa è la smania di potere del presidente Nkuruziza che, nonostante abbia terminato il suo secondo mandato e secondo la costituzione se ne dovrebbe andare a casa, proprio non ne vuol sapere di lasciare la sua poltrona e ha deciso di rimanere e di combattere duramente l’opposizione. A Bujumbura e dintorni si spara.
Così, il campo di Nyarugusu, pochi mesi fa ha raggiunto un punto critico. Sovraffollatto all’inverosimile, il problema maggiore per tutte le organizzazioni presenti era garantire a tutti rifornimenti di cibo, l’accesso all’acqua potabile e l’assistenza sanitaria. Per questo motivo sono stati riattivati altri campi profughi, Mduta e Mtendeli, per ricollocare almeno 50.000 burundesi e decongestionare così Nyarugusu.

Dopo vari tentativi e settimane di attesa, ho finalmente ottenuto il permesso rilasciato dal ministero dell’interno per poter visitare il campo di Nyarugusu. Non è stato semplice ottenerlo. Per via diretta è stato praticamente impossibile non avendo l’accredito della stampa. Mi sono allora rivolto, tramite una conoscenza, ad una grossa organizzazione umanitaria, International Rescue Committee (IRC), che lavora con i rifugiati in varie zone del mondo. Tramite il loro canale sono riuscito ad ottenere quello che volevo, anche se con molti limiti di movimento. Ovviamente un campo profughi non è un parco giochi e capisco le limitazioni imposte ai visitatori, qualunque sia il motivo della visita. Mi aggrego così alla squadra di IRC e seguo in modo particolare Subira, la responsabile del progetto di assistenza alle persone più svantaggiate, nella quale rientrano gli albini. Subira conosce il mio interesse per questa tematica e allora mi porta a visitare le sistemazioni di alcune famiglie con figli albini che fanno parte del progetto per ascoltare lo loro storie. Purtroppo, anche in Congo e soprattutto in Burundi, l’atteggiamente verso queste persone è caratterizzato da discriminazione e violenza. In Burundi in realtà erano 4 anni che non si registravano casi di violenza contro persone albine ma, approfittando probbilmente del caos attuale, settimana scorsa una bambina di soli 5 anni è stata uccisa e smembrata.

Una volta passato il mercato comunitario situato all’ingresso principale del campo dove gli abitanti dei villaggi limitrofi vendono le loro mercanzie, visito prima la parte del campo destinata ai rifugiati del Burundi. C’è gente ovunque e la situazione è molto più complessa rispetto alla zona dei congolesi, presenti da più tempo in questo campo. L’arrivo a Nyarugusu prevede prima la sistemazione in grandi tende, mass shelters, da condividere con altre persone. Sono aree di transizione dove, dopo la registrazione, la gente attende di ricevere una tenda familiare ed avere così un po’ più di spazio e di privacy.
Visitiamo quindi una tenda di una donna sola con tre bambine albine. Racconta la sua lunga storia e capisco che solo il suo amore di mamma e la sua grande volontà hanno salvato più volte le figlie dall’essere rapite o fatte a pezzi. Ora, in attesa del marito che non sa esattamente dove sia, prova a ricominciare una vita qui, in mezzo a tanta altra gente che come lei vive in condizioni precarie . La seconda tenda che visitiamo è quella di un ragazzo albino solo, che ha perso prima i genitori durante la guerra civile, e successivamente moglie e figlia in un incidente. Da poco a Nyarugusu, gli è stata assegnata una tenda molto piccola, nella quale ci stiamo a malapena in due. È scappato dal Burundi perchè come tutti era troppo spaventato per rimanere nel suo paese, specialmente per la sua condizione di albino.

Ci spostiamo nella parte destinata ai congolesi. Si vede che sono ormai vent’anni che vivono in questo luogo che è diventato la loro terra. Non ci sono tende ma case di mattoni e scuole. Sembra quasi di essere in un villaggio qualsiasi e, apparentemente, tutto sembra funzionare meglio. Rimane comunque un campo profughi dove le persone sono limitate nello spazio, un luogo dove in teoria si dovrebbe rimanere per un tempo limitato, in pratica nessuno lo sa. Le tempistiche per chi richiede asilo politico sono molto lunghe e complesse, non solo in Italia. Ci si perde nella burocrazia, nei ritardi, nella confusione delle leggi e si finisce in un limbo di speranza infinita nel quale ci si arrendere all’attesa e si cerca di vivere nel modo più dignitoso possibile. Molti bambini sono nati e cresciuti in luoghi come Nyarugusu, il campo profughi è casa loro.

Per capire meglio la realtà di un luogo del genere e le dinamiche sociali che si creano al suo interno ci vorrebbe molto più tempo. Il mio però è già scaduto e non posso fare altro che osservare questa massa di persone costrette a vivere in queste condizioni. Nel viaggio di ritorno a casa non ho molta voglia di parlare. Rimango solo con le mie domande e le miei dubbi, in silenzio. Ci sono poche cose, tanto assordanti, quanto il silenzio.

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RITORNO A KABANGA

Dopo un lungo viaggio attraversando la Tanzania, dall’oceano Indiano al lago Tanganica, sono a Kabanga ormai da una settimana. Ho ritovato molti volti conosciuti e moltri altri nuovi, ancora da conoscere. Il numero di ospiti nel centro è aumentato rispetto allo scorso anno, in particolar modo quello delle persone albine che ormai sono più di un centinaio.
Ho iniziato a visitare il centro quotidianamente. I vari dormitori, la cucina, gli spazi in comune. Incontro alcuni bambini che fino a pochi mesi fa avevano paura di me in quanto bianco e straniero ma che quest’anno mi tempestano fin da subito di attenzioni e domande che, ahimè, non comprendo. Sono particolarmente felice di trovare in buono stato le piante che avevo piantato lo scorso anno insieme ad alcuni ragazzi, cresciute di qualche decina di centimetri e che fra qualche anno renderanno il contesto un po’ più piacevole almeno alla vista. Alcune hanno già dato i primi frutti, come la passiflora e il suo frutto della passione. Mi imbatto anche in persone mai viste prima, da poco a Kabanga ed è proprio di una di loro che vi voglio parlare oggi.

Mi accorgo subito che c’è qualcosa di strano perchè stringe la mia mano destra con la sua sinistra e il lato destro del suo busto è coperto da un velo. Elisa, 27 anni, da pochi mesi ospite nel centro, è una ragazza albina. Lo scorso maggio, di notte, è stata attaccata da tre estranei nel suo villaggio situato a pochi kilometri di distanza dalla cittá di Mpanda, Tanzania occidentale. Dopo essersi assicurati di non essere ostacolati nel loro intento intrappolando in un’altra abitazione il padre e il fratello, i tre malintenzionati hanno fatto irruzione in casa di Elisa e le hanno tagliato di netto l’avambraccio destro e se la sono data a gambe levate. Pochi giorni dopo il fattaccio i tre sono stati intercettati dalla polizia e hanno dichiarato di essere stati mandati e pagati da una quarta persona che però, ad oggi, non è stata ancora rintracciata come non è stato ancora trovato lo stregone che ha innescato tutto ciò. Ricordo che, specialmente in queste regioni più remote della Tanzania, gli stregoni con le loro presunte doti innate, riescono ancora a far credere alla gente di avere una soluzione per tutti i tipi di problemi. P2130066
Dopo essere stata ricoverata in ospedale, Elisa era troppo spaventata per rimanere a casa sua e, a malincuore, ha deciso di trasferirsi nel centro di protezione di Kabanga. Dopo il trauma subito, il suo corpo non è stato più in grado di produrre il latte materno e così ha dovuto separarsi anche dal figlio di alcuni mesi lasciandolo con il resto dei suoi famigliari. Mi racconta la sua storia, ma ciò che non riesco a comprendere e decifrare del tutto sono le sue emozioni, anche guardandola negli occhi. Sembra che mi stia raccontando un qualunque episodio della sua vita. Probabilmente, essendo uno sconosiuto per lei, fa bene a non dirmi o farmi capire tutto quello che prova e sente. Posso quindi solo immaginare cosa significhi subire una violenza del genere ed essere costretti a lasciare i propri cari per la troppa paura che qualcosa di tremendo possa ancora succedere, ad avere quindi oltre a un trauma fisico anche una bella botta a livello psicologico.
Forse è proprio il supporto psicologico quello che più manca a tutte quelle persone che sono forzate a rimanere nei centri di protezione. Molte, anche se non hanno subito alcun tipo di violenza, sicuramente soffrono mentalmente perchè vivono distanti dalle loro famiglie e sradicate dalla loro terra.

Vi lascio con un’immagine un po’ più allegra, perchè sono ancora molti i bambini che vivono spensierati nei vari centri grazie alla loro giovane età che non gli permette di capire determinate dinamiche sociali e porsi domande sulla loro condizione umana. Sono ancora molti, ed è proprio per questo che c’è ancora parecchio da lavorare perchè un giorno possano tranquillamente tornare a casa loro e perchè quello che è accaduto ad Elisa, non accada mai più a nessuno.

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A presto.

Giacomo.

JOSEPHAT TORNER

Josephat Torner è un attivista da sempre in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti degli albini in Tanzania, uno di quelli che sposa una causa e fino all’ultimo dei suoi giorni non la lascierà. Non a caso spesso cita Mandela.

Ritrovo Josephat a Dar es Salaam dopo quasi un anno di distanza dall’ultimo incontro, ancor più motivato di quanto lo fosse quando lo lasciai, nonostante la sua battaglia sia ad armi impari, contro una mentalità ottusa e un governo troppo debole nel prendere decisioni e provvedimenti adeguati.

In casa di una sua amica mi racconta gli sviluppi riguardanti la sua attività. Segretario generale della Tanzania Albinism Society (TAS) e collaboratore di alcune ONG internazionali, con il supporto di alcuni giovani laureati e motivati, ispirati dalla sua forte personalità, recentemente ha fondato la Josephat Torner Foundation (JTF) per dare ancor più concretezza al suo lavoro.

Fin da bambino deve superare la discriminazione e l’isolamento a causa del colore della sua pelle. Riesce, non senza sofferenza, a crescere e a studiare fino ad ottenere una laurea in management and leadership. Sposa una donna nera nonostante i genitori di lei non volessero saperne e mette su famiglia contro tutto e tutti. Dentro di lui però bruciano ancora le ferite ed è per questo che non ha mai dimenticato tutti gli albini in Tanzania e mai lo farà.

P1260459 - CopyLo seguo per una settimana a Dar es Salaam, nella sede della TAS all’Ocean Road Hospital, l’ufficio della JTF, e i suoi vari appuntamenti in varie zone della città.
All’Ocean Road Hospital si curano, in modo particolare, i casi di cancro. Josephat coordina e assiste per la TAS i pazienti albini ricoverati in ospedale, molto esposti al cancro alla pelle per la mancanza di melanina. Riceve anche molte persone, soprattutto albini, con le loro richieste di ogni genere, da un giovane che vuole scrivere un libro a un vecchio medico tradizionale che dice di avere una formula per curare il cancro con le sue erbe. 

All’ufficio JTF lo trovo impegnato con un suo collaboratore nella stesura del discorso che sarà invitato a tenere presso TEDxWarwick, un’ottima opportunità per raggiungere l’opinione pubblica, anche se la sua battaglia è già abbastanza nota soprattutto nel Regno Unito grazie anche ad un documentario, “In the shadow of the sun” che racconta la sua vita parallelamente a quella di un bambino albino. Torneremo in quest’ufficio alcuni giorni dopo, dove avrò il piacere di conoscere tutto lo staff di JTF, durante una riunione dove definiscono i loro movimenti durante le prossime settimane.

Fra uno spostamento e l’altro nella convulsa Dar es Salaam, mi dice che il 2015 è stato un anno abbastanza positivo nonostante nei primi mesi si siano registrati casi di violenza contro alcuni cittadini albini. Questi atti ignobili sono diminuiti ma non scomparsi del tutto. Le recenti elezioni politiche hanno portato in parlamento un albino, Abdallah Possi, che da quella posizione, potrà lavorare per ottenere qualche provvedimento in più in difesa dei diritti di tutte le persone discriminate, anche se forse è troppo solo.

Girovagando per la città ho comunque notato un’enorme differenza d’atteggiamento verso gli albini rispetto alla situazione nelle regioni dei grandi laghi, dove violenze e discriminazione sono molto più diffuse. A Dar ho potuto notare una certa libertà di movimento e un’emancipazione che non esiste in altre parti del paese. Ho visto Josephat andare dove voleva per le sue attività, ho visto donne albine camminare per strada senza attirare nessun tipo d’attenzione o sguardi strani, ho visto albini in ospedale condividere la stanza con altri pazienti senza aver bisogno della guardia armata, ho visto bambini e ragazzi albini tranquillamente andare a scuola con i loro compagni, ho addirittura visto un albino guidare un mototaxi, cosa molto strana considerando che gli albini sono ipovedenti. Ho visto molti esempi di integrazione. Ho visto la normalità.

Ci sono però ancora 21 centri di protezione aperti che ospitano più di 1000 persone sparpagliati per tutto il paese, luoghi non certo adeguati per l’emancipazione, come avrete potuto notare anche dal nostro reportage dello scorso anno da Kabanga. Le maggior parte sono bambini che arrivano da comunità delle zone più remote e isolate del paese che non sono ancora culturalmente pronte e trattarli normalmente e garantirgli i diritti necessari per una vita dignitosa. La strada da percorrere quindi è ancora molto lunga, mi dice Josephat guardandomi con quel suo sorriso consapevole di questa realtà ma che non ha mai perso la speranza.

Io per ora lo saluto, incroceremo il nostro cammino altre volte in queste settimane. Intanto mi dirigo proprio verso quelle regioni dove il problema è ancora ingente. Tornerò ovviamente a fare visita agli amici del centro di protezione di Kabanga, nella regione di Kigoma. Bus o treno, saranno le piogge a deciderlo. I km sono molti, quindi ora è meglio lasciare il pc e partire…

A presto. Stay tuned.

TIME TO SAY GOODBYE

Passano i giorni qui a Kabanga e ormai è arrivato il momento di salutare le persone che ho conosciuto in questo mio soggiorno.

Saluto e ringrazio Mr. Kambi, il direttore del centro, per la sua amicizia, per avermi accolto senza problemi e per avermi lasciato carta bianca durante tutte le attività.

Saluto tutti gli altri maestri della scuola frequentata dagli albini e dagli altri ragazzi del centro per la loro immancabile cortesia.

Saluto tutti quelli che ho conosciuto all’interno delle mura del centro. Matron per esempio, una signora di quasi due metri e quasi cento kg che lavora come volontaria. Assite i ragazzi in caso di problemi di salute e li accompagna all’ospedale nei casi più gravi e non risparmia bacchettate quando scopre che qualche albino non si è messo la crema solare o il cappello. “Mafuta! Kofia!” (crema! cappello!) la si sente spesso urlare…

Saluto la super cuoca Scolastica, lei i cento kg li supera sicuramente. Due braccia che batterebbero quelle di tanti uomini in prove di forza, allenate da anni di preparazione dell’ugali, la polenta locale, per quasi duecento persone…

Saluto Berthold e Gilbert, i due ragazzi di cui vi ho parlato nel post precedente. Compagni di lavoro e risate, li ringrazio per le mille traduzioni simultanee swahili/inglese e inglese/swahili. Spero di cuore che i loro desideri si possano avverare, se lo meritano veramente…

Saluto Bibi (nonna), la più anziana del gruppo. 55 anni ma ne dimostra molti di più, la vita non è semplice in Tanzania, soprattutto se sei albino e anche il sole diventa un tuo nemico. Non le manca però la forza di lavorare, il buon umore e l’affetto per tutti i più piccoli. La ringrazio in particolar modo per avermi raccontato la sua vita e i le discriminazioni che ha dovuto subire…

Saluto Jatibu, un ragazzino albino di dieci anni circa, super curioso e molto intelligente che suona il tamburo come pochi sanno fare. Lo ringrazio per avermi svelato qualche segreto in merito…

Saluto Winnie Frida, la bambina più tenera del centro anche se a volte lunatica. La ringrazio per aver sopportato le mie abbondanti coccole e i miei mille scherzi…

Saluto Elina, la mia maestra del linguaggio dei segni. Una ragazza sordomuta con un sorriso incantevole. Tanti momenti trascorsi insieme e tanti discorsi tentati e improvvisati. Vorrei solo poterti dire di più, prometto di migliorare…

OLYMPUS DIGITAL CAMERAWe can’t reach any higher if we can’t feel ordinary love. Li saluto tutti scrivendo questa frase su una parete del centro. Si tratta di questo, amore incondizionato per tutto e tutti. Fratelli e sorelle di altre razze, di un’altro colore ma con lo stesso cuore. In questo centro ho imparato ad essere anche io albino, sordomuto, cieco e disabile… grazie a tutti.

Ora la mia destinazione è Dar es Salaam, senza fretta ovviamente. Aspetto il giorno del mio rientro in Italia e intanto mi godo questo splendido paese. A presto. Giacomo

KABANGA PROTECTORATE CENTER

Sono ormai passate due settimane dal mio arrivo a Kabanga. L’impatto è stato abbastanza duro, visto e considerato che il centro ospita più di settanta albini e più di un centinaio di disabili. La maggior parte degli ospiti, se si escludono le donne albine e le mamme dei bambini albini più piccoli, ha meno di 15 anni. Vi lascio quindi immaginare quanto sia difficile mantenere i dormitori e gli spazi comuni puliti o quantomeno ordinati…

Una grande famiglia composta da ragazzi e ragazze, albini e non, sordomuti, ciechi e disabili. Apparentemente sembra un bel casino e magari per certi versi lo è ma, dopo due settimane trascorse in loro compagnia, ho imparato a conoscere i legami, i compiti e i ritmi di questo luogo e devo dire che tutto sembra avere un equilibrio.  Kabanga

Per quanto riguarda gli albini, nel centro ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze, mamme con figli albini ma anche donne albine con figli neri. Ci sono famiglie vere e proprie, una mamma con tre figli tutti albini, fratelli, sorelle o parenti. Quelli che sono soli, stringono amicizie possibili solo in un centro di questo genere.

Da quando sono qui ho visto arrivare 5 donne con i loro figliuoli albini. Una volta trovato lo spazio nel dormitorio e ricevuto la crema protettiva contro i raggi solari, iniziano a prendere parte alle attività del centro che in realtà non sono molte. Si passa il tempo a cucinare, a lavare i panni e a prendersi cura dei più piccoli. I bambini e ragazzi con un’età adeguata sono impegnati dal mattino al primo pomeriggio nella scuola adiacente al centro, una delle poche occasioni in cui possono uscire senza problemi. In altre occasioni tipo cerimonie religiose, visite al mercato o all’ospedale del villaggio, devono sempre essere scortati da una delle guardie del centro. Il pericolo potrebbe essere dietro l’angolo. A ricordarmelo ci pensano sempre i due poliziotti armati di AK47 che, ogni giorno, arrivano prima di cena per fare la conta e passare la notte nel centro. Anche se questa zona non è pericolosa se paragonata ad altre regioni della Tanzania, non si può mai sapere quello che può accadere. Recentemente c’è stato un tentato rapimento di un albino in una zona dove non si erano mai registrati casi simili. Prevenire sembra sempre molto meglio che curare.

Io ho fatto amicizia in modo particolare con due ragazzi, Gilbert e Berthold, entrambi albini di 20 anni. Hanno terminato gli studi secondari e ora sono in attesa di una possibilità per continuare gli studi. Il primo sogna di diventare dottore, il secondo maestro. Con loro passo molto tempo cercando di capire cosa significhi essere albino in Tanzania. Grazie alla loro conoscenza dell’inglese, dato che il mio Swahili è pessimo, riesco a instaurare dei discorsi anche con le donne del centro e con i bambini. Ci dedichiamo inoltre a piantare alberi e fiori perchè il centro, a parte un paio di secolari jacarande, non è molto accogliente. Rafforziamo così il nostro rapporto, lo spirito di squadra e la responsabilità verso l’ambiente di quella che è casa loro.

Intanto a Dar es Salaam, la capitale del paese, il governo ha da dichiarato illegali le attività di stregoneria e ha arrestato 32 stregoni nella regione di Geita, una delle più pericolose.. Il portavoce di una delle organizzazioni locali più attive nella difesa dei diritti degli albini, StandingVoice, spera che la decisione del governo di considerare dei criminali tutti gli individui che praticano rituali tradizionali che, in molti casi, sono completamente innocenti, non alteri la realtà dei fatti. Aggiunge inoltre che ancor più grave è l’idea che tutto ciò possa distogliere l’attenzione da coloro che fomentano il commercio delle parti del corpo degli albini incentivando gli stregoni con le loro richieste. Fino ad ora, mentre pochi assassini e stregoni sono stati processati per i loro ruoli nelle violenze, tristemente nessun acquirente è mai stato indagato e tanto meno condannato… questa è la situazione degli albini in Tanzania.

TANZANIA

Balaka, ore 21 circa. Parte il mio lungo viaggio verso Kabanga, un villaggio nel nord ovest della Tanzania. Circa 1500 km che decido di fare con i mezzi locali, bus e minibus. Viaggiare via terra, anche se non si è mai troppo comodi, è l’opzione che preferisco perchè mi permette di conoscere meglio la gente, la cultura, la lingua e i luoghi che attraverso…

Prima della partenza ovviamente saluto tutti i miei amici qui in Malawi. Gli abitanti del Chikala mi augurano buon viaggio con canti e balli e mi omaggiano con banane, avocado, canna da zucchero e manioca. I ragazzi del centro Mtendere mi salutano con un caloroso arrivederci e mi regalano un chitenge, un pareo di cotone tipico di queste zone dell’Africa.

Con un po’ di mal di testa e mal d’anima, preparo lo zaino e salto sul primo autobus utile. 16 ore dopo sono vicinissimo al confine con la Tanzania. Mi fermo a Karonga e mi godo il pomeriggio e la serata in riva al lago Malawi in un lodge spartano ma molto accogliente.

Il mattino successivo giunge il momento di attraversare il confine e, una volta sbrigate le pratiche per il visto e il cambio della valuta, mi dirigo verso Mbeya, la mia prima tappa in Tanzania. Seguiranno in ordine Sunbawanga, Mpanda, Kigoma e i villaggi di pescatori sul lago Tanganica, tutti punti di snodo dei trasporti e luoghi di sosta. Arrivo infine a Kabanga dopo quasi una settimana di viaggio stanco ma felice.

Il motivo del mio viaggio in Tanzania è quello di conoscere e documentare fotograficamente la tremenda situazione delle persone affette da albinismo.

L’albinismo è una malattia genetica che comporta la mancanza di pigmenti nella pelle, negli occhi e nei capelli. Nel mondo una persona su 20000 soffe di albinismo, in Tanzania una su 1400. Sono quindi numerosissimi gli albini in questo paese che, da una decina di anni a questa parte, sono vittime di violenze incomprensibili. Quasi un’ottantina di vittime registrate dal 2006, anno in cui venne registrato il primo caso di omicidio, a cui vanno aggiunti moltissimi casi di mutilazioni di parti del corpo e violenze sessuali. Queste pratiche selvagge sono alimentate dagli stregoni locali che dichiarano di poter realizzare rimedi impensabili che porteranno ricchezza e successo nella vita di colui che ne farà uso. Considerati come dei fantasmi, delle non-persone, gli albini sono bersagliati costantemente (ultimo caso di omicidio e smembramento del corpo registrato in data 18/2/2015, una bambina di un anno) e vivono in constante timore nel loro stesso paese, nei loro stessi villaggi, fra la loro stessa gente.

Le investigazioni della polizia scarsamente portano a risultati concreti. Ad oggi la maggior parte dei casi di omicidio e violenza sono rimasti impuniti, solo in pochissimi casi si è arrivati a incarcerare i colpevoli. Dietro a queste barbarie si nasconde un grosso giro di denaro che porta a pagare anche migliaia di dollari per le parti del corpo di un albino. È stato tristemente verificato che quando ci sono eventi rilevanti, tipo elezioni di qualsiasi genere e di qualsiasi livello, i casi di violenza aumentano e quindi sembra che anche persone abbienti siano scandalosamente coinvolte in questo macello. Il 2015 si presenta come un anno difficile per gli albini visto che in ottobre ci saranno le elezioni presidenziali…          

Negli ultimi anni, in risposta a questi innumerevoli casi di violenza, sono stati creati una decina di centri in cui le persone e specialmente i bambini albini vengono protetti, educati e curati. Si, curati perchè la loro pelle delicata a contatto con la luce del sole, che da queste parti picchia forte, li porta ad essere soggetti al cancro alla pelle. La maggior parte non raggiunge il quarantesimo anno di vita. Curati anche perchè anche la loro vista ha dei grossi deficit dovuti, come citato precedentemente, alla mancanza di pigmenti negli occhi.

La maggior parte dei centri è gestita dal governo con il supporto di alcune organizzazioni nazionali e internazionali come “Tanzanian Albino Society”, “Standing voice”, “Asante Mariamu”, “Under the same sun”. Altri, come quello di “ZeruZeru simama sasa!” a Lamadi sono privati. Questi centri sono un primo passo per cercare di aiutare gli albini tanzanesi. Speriamo non sia comunque l’ultimo perchè rimangono centri che isolano queste persone dal resto della loro società…

Il ministro dell’interno Chikawe ha recentemente annunciato di aver bandito ufficialmente i rituali legati alla stregoneria e ha lanciato un’operzione speciale per arrestare le persone coinvolte. Un team di addetti ai lavori batterà soprattutto le area più colpite del nord ovest Kigoma, Mwanza, Shinyanga, Geita per cercare di convincere e persuadere le persone a denunciare chi pratica la stregoneria. Cercaranno anche di ottenere il supporto dei leaders religiosi visto che l’assunto coinvolge anche aspetti di fede e moralità. Cosi racconta un articolo di The citizen, il periodico più prestigioso in Tanzania…

La persecuzione nei confronti degli albini non sembra essere un problema solo della Tanzania. Nel corso degli anni si sono registrati casi anche in Burundi e in Malawi per esempio. In Mali, la direttrice della Fondazione Salif Keita, un famosissimo cantante albino, denuncia svariati casi di violenza e afferma che la Tanzania è stata la nazione migliore in termini di denuncia dei reati contro gli albini. Apprezza molto il fatto che il governo tanzanese abbia reso fuorilegge le attività di stregoneria visto che sta pressando da tempo il governo del Mali per fare altrettanto…

Qui a Kabanga c’è uno dei centri sopracitati che, oltre a una settantina di albini, 50 sotto i 17 anni (il più piccolo ha 6 mesi…) ospita anche un centinaio fra disabili, sordomuti, ciechi… Mi fermerò un po’ di settimane e, in compagnia del direttore Issa, cercherò di capire qualcosa di più e fare il mio lavoro. Poi, forse, sarà la volta di un altro centro, vedremo strada facendo…

Giacomo